Cancellati. I meticci nel colonialismo italiano
29 Luglio 2023 – 21:50

Africa, 29 luglio 2023
di Uoldelul Chelati Dirar
Nel suo Diario eritreo, il governatore civile dell’Eritrea Ferdinando Martini (1897-1907) nel giustificare la sua ferma opposizione alla formazione scolastica dei giovani eritrei affermava che sarebbe stata una spesa …

Leggi articolo intero »
Home » Le Monde

“Non esiste più incontro possibile”: Il dialogo tra militanti pacifisti israeliani e palestinesi

a cura di in data 2 Dicembre 2025 – 21:46Nessun commento

Le Monde, 28 novembre 2025

Luc Bronner (nostro corrispondente a Gerusalemme)

L’ONG anti-occupazione Combattenti per la pace si sforza di organizzare azioni comuni tra giovani che vivono in Cisgiordania e in Israele. Un lavoro che mira a riannodare la tela della fiducia sulle due sponde, lacerate dai due anni di guerra nella striscia di Gaza.
Si tratta di un lavoro minuzioso che può sembrare irrisorio di fronte alla potenza dei discorsi di odio. Una goccia d’acqua in un oceano di risentimento. Da vent’anni l’organizzazione non governativa Combattenti per la pace, uno dei rari movimenti binazionali tra Israele e Palestina tenta di formare dei giovani militanti per condurre azioni comuni e non violenti. Sono alcune decine, Palestinesi e Israeliani che hanno tra 18 e 30 anni, che si incontrano, si parlano, fanno scambi nell’ambito di “scuole della libertà” per promuovere la pace in una terra detta “santa” in cui le piaghe della guerra non hanno mai il tempo di richiudersi.
La strada è lunga, anche in questo ambiente militante privilegiato in cui ognuno ha saputo la storia dell’altro. Gli animatori usano moltissime precauzioni quando si incontrano per la prima volta in occasione di un primo soggiorno di due giorni in Cisgiordania occupata, il 4 e 5 novembre. A Beit Jalla prima, poi più a sud, in una fattoria palestinese minacciata dai coloni ebrei di Gush Etzion. “Si tratta del nostro primo seminario dopo due anni di guerra. Bisogna che ciascuno si senta in sicurezza per potersi esprimere liberamente”, spiega Nimala Kharoufeh ai 25 giovani intorno a lei, utilizzando le armi del teatro e dell’improvvisazione per far in modo che s’incontrino gli sguardi e le parole. Su post-it, i partecipanti hanno scritto le loro paure e i loro dubbi. In modo anonimo perché ognuno si esprima senza la paura di essere giudicato. “Sono terrificata all’idea di essere arrestato a un check-point”, dice una Palestinese. “Il mio timore è di essere confrontato a un difensore dell’esercito israeliano”, spiega la sua vicina. “Il mio dolore, è l’assenza di speranza”, racconta un Israeliano. L’associazione, i cui discorsi corrispondono a quelli della sinistra israeliana anti occupazione, non pretende di essere rappresentativa né neutrale. Da parte israeliana, più del 90% dei nostri partecipanti si definiscono personalmente come provenienti dalla sinistra radicale. Sanno di non essere maggioritari, anzi, “non lo sono di molto, nella società”, precisa Ido Even Paz, il direttore della “scuola della libertà”, che ha sede a Tel Aviv. Le prese di posizione dell’ONG sui crimini di guerra nella striscia di Gaza o sulla pulizia etnica in Cisgiordania la collocano nei margini della vita politica. La maggioranza delle sue risorse proviene dall’estero, in particolare dall’Unione Europea. “In quanto movimento non violento di Palestinesi e Israeliani, siamo uniti contro gli orrori compiuti contro l’altro nel nostro nome”, promuove l’organizzazione.

“Non vi è più incontro possibile”
Abdallah B., 23 anni, originario di Gerico, riassume la sua evoluzione a modo suo. Quando gli animatori hanno chiesto di immaginare su un pezzo di carta quale sarebbe il proprio sogno per domani, egli ha espresso un’idea semplice: “Immagino che un giorno il mio vicino israeliano mi venga a trovare per dirmi che mi invita al matrimonio di suo figlio! Questo sarebbe il segno che viviamo insieme.” Un sorriso. Poi un silenzio. “È questa la pace. Ne siamo lontani. Voi non potete costruire la pace con qualcuno che ha ucciso vostro padre o vostra madre o che vi viene a rubare la vostra terra. Non potete neppure andare avanti se quelli di fronte vi descrivono come dei diavoli o degli animali, come hanno fatto i dirigenti israeliani per gli abitanti di Gaza”.
La pace la si fa con gli altri, quelli del campo avverso, si fa anche con il proprio campo, di fronte a coloro che difendono la guerra, la dominazione o l’eradicazione. Hodaya, 22 anni, abitante di Tel Aviv; “In realtà è altrettanto difficile parlare con un Israeliano che con un Palestinese di questi argomenti”. Somaya, 27 anni, originaria di Nablus, racconta che i suoi genitori hanno rifiutato che partecipasse a un viaggio in Germania insieme ad Israeliani: “Per una famiglia palestinese, non è facile accettarlo. Anche da noi c’è una mancanza di conoscenza degli altri”, constata.
Queste due gioventù non s’incontrano più da molto tempo. “Sono cresciuto a Gerusalemme a due passi da quartieri costruiti su terre di Palestinesi. Non sapevo nulla della colonizzazione. Ma perlomeno potevo vedere dei Palestinesi. Oggi non è più neanche possibile. Non c’è più incontro possibile, da nessuna parte, neanche negli spazi pubblici perché, di fatto, non hanno più la possibilità di venirvi”, testimonia T., Israeliano di Gerusalemme Ovest. Dal lato palestinese la constatazione è terribile: gli unici visi d’Israele incontrati nella via quotidiana sono i soldati e i coloni – di cui molti sono dotati di armi da guerra.

Riconoscere la sofferenza dell’altro
Ogni parola ha il suo peso in quei dialoghi, dicono. Issa, 25 anni, fa il pagliaccio, in senso proprio, perché ha creato la sua compagnia di spettacoli per bambini in Cisgiordania. “È strano e interessante sentire che gli altri, gli Israeliani, anche loro, possono aver paura. Ciò che cambia tutto è di sentire le loro storie. E di sentirli porre a noi delle domande”, spiega l’abitante di Betlemme. Alaa, 23 anni, originaria di Nablus: “La cosa più difficile, quando c’è tanta sofferenza, è di riconoscere la sofferenza dell’altro. È la prima tappa. Quella successiva sarà di fare un passo di lato con la storia, per immaginare qualcosa d’altro.” T., il giovane israeliano, continua: “La spiegazione del terrorismo, in Israele, è unicamente un discorso sull’odio dei Palestinesi contro di noi. Nient’ altro, niente su che cosa conduce qualcuno alla violenza. Ora, la violenza ha delle radici, delle spiegazioni. Israele ha pensato possibile chiuder completamente Gaza per quasi vent’anni e che questo non avrebbe avuto conseguenze. Ma la rabbia è esplosa. Ecco.”
In Israele il discorso dominante condanna nei manuali scolastici l’apprendimento dell’odio lato palestinese. Ma i giovani Israeliani raccontano la loro ignoranza della vita quotidiana dei Palestinesi dall’altro lato dei muri a Gaza o in Cisgiordania. Rotem, 28 anni, originario di Tel Aviv: “Per capire ciò che accade, voi dovete cancellare quanto imparato a scuola”. Questa gioventù descrive una forma d’isolamento. “Ci considerano come degli estremisti o dei traditori”, continua Rotem. Il dialogo con i Palestinesi è complicato pure. Con momenti di tensione e d’incomprensione. “Nel mio gruppo, ieri – si rammarica la giovane donna – una partecipante palestinese ci ha detto che voleva che tornassimo in Europa, noi Ebrei. È difficile sentirselo dire.” La discussione si è interrotta a quel punto.
Fakhira Halloun, una delle animatrici, membro dell’associazione A land for All (Una terra per tutti), favorevole, come soluzione al conflitto, alla creazione di due Stati indipendenti pienamente sovrani, ma legati da una confederazione, si rivolge ai Palestinesi: “Da che siete nati, siete stati confrontati con la guerra, con l’occupazione, con l’ingiustizia. Non avete mai conosciuto la pace.” Si rivolge poi agli Israeliani: “Avete conosciuto i massacri terribili del 7 ottobre e siete confrontati al genocidio che sta compiendo il vostro paese”. Poi a tutti i giovani: “Quello che state vivendo limita la vostra capacità a pensare, e anche a sentire o a immaginare. Qui dove siamo, sognare altre cose è un atto politico, un atto di resistenza.”

Più tardi la militante confessa: “È talmente difficile aiutare i Palestinesi ad immaginare altre cose perché sono sotto occupazione dalla loro nascita”. Ido Even Paz, l’animatore israeliano descrive, da parte sua, la difficoltà a sostenere i pacifisti israeliani: “Mai ci sono stati tanti partecipanti, ma mai sono stati così depressi e privi di speranza.”

Luc Bronner, Gerusalemme

Il testo è stato tradotto da Hélène Colombani Giaufret

 37 total views,  2 views today