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Contro chi l’esercito israeliano combatte veramente a Gaza

a cura di in data 27 Ottobre 2026 – 11:24Nessun commento

Le Monde, 25 ottobre 2026

Jean-Pierre Filliu Professore universitario Science politiques Parigi

Le minacce di «rappresaglie» in seguito ad un semplice lancio di aquiloni rivelano la difficoltà d’Israele ad identificare ancora un nemico nell’enclave palestinese.
Un cessate il fuoco è ufficialmente vigente tra Israele e Hamas dal 10 ottobre 2025 nella striscia di Gaza. Più di 1 500 Palestinesi, in prevalenza civili, sono stati tuttavia uccisi da allora dall’esercito israeliano. Quest’ultimo, invece, non ha subito alcuna perdita diretta dal 28 ottobre 2025, data della morte di un suo soldato in uno scontro con miliziani palestinesi a Rafah, nel sud dell’enclave palestinese. Tre militari israeliani erano già stati uccisi, il 19 ottobre 2025, nel corso di un combattimento nella stessa zona, sistematicamente distrutta e ormai sotto il controllo esclusivo dell’esercito israeliano e dei suoi collaboratori palestinesi.
Da un anno quindi le perdite nei ranghi degli occupanti sono state tutte causate da “tiri amici” tra unità israeliane o il dal crollo prematuro di un edificio in corso di demolizione. Ci si deve quindi legittimamente chiedere contro chi combatte davvero l’esercito israeliano a Gaza, dove più di due milioni di donne, uomini e bambini rimangono condannati a sopravvivere in condizioni estreme.Durante il mio soggiorno di più di un mese nella striscia di Gaza, durante l’inverno 2024-2025, ero stato già colpito dal paradosso di una “guerra” condotta di fatto da un solo belligerante. Le Nazioni Unite avevano infatti censito, dal 3 al 10 gennaio 2025, 527 “atti di guerra” israeliani (fra cui 375 bombardamenti aerei, terrestri o marittimi e dieci incursioni terrestri) contro sei tiri di mortai palestinesi. Mentre una cinquantina di Palestinesi, civili per la maggior parte, venivano in media uccisi ogni giorno, avevo tentato di descrivere delle ostilità così sbilanciate con l’espressione di “guerra a senso unico”.
Ma il cessate il fuoco proclamato il 19 gennaio 2025, sotto la pressione di Donald Trump, era risultato altrettanto unilaterale, poiché Israele aveva ripristinato, fin dal 2 marzo, uno stretto blocco dell’enclave palestinese, prima di riprendere i massicci bombardamenti, il 18 marzo, coordinati con l’intelligence americana. Durante l’estate 2025, migliaia di civili palestinesi morirono per la carestia, morti di fame o per malattie o ferite aggravati dalla malnutrizione, oppure uccisi da distribuzioni caotiche di cibo organizzate da una fondazione vicina alla Casa Bianca.

Distruzioni metodiche
La popolazione, esaurita e traumatizzata da due anni d’incubo, sperava di ritrovare una specie di normalità con il nuovo cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, destinato, secondo Trump, ad aprire un’era di pace generalizzata nel Medio Oriente. Il Consiglio di pace, varato dal presidente americano per realizzare il suo piano di pace per Gaza, si è dimostrato incapace di superare la prima fase dello scambio di detenuti realizzato tra Israele e Hamas.
Mentre la seconda fase del piano collegava il ritiro progressivo dell’esercito israeliano al disarmo altrettanto progressivo di Hamas, Benyamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, si è rivelato deciso a mantenere le sue forze su più della metà dell’enclave, respingendo metodicamente circa due milioni di civili su un po’ più di un centinaio di metri quadri.
Netanyahu rifiuta di sospendere i bombardamenti che continuano a gettare nel lutto l’enclave palestinese, con una media quotidiana di quattro uccisioni, fra cui un bambino, durante questo anno di presunto “cessate il fuoco”. Il capo del governo israeliano ha tenuto testa a Jared Kushner, il genero ed inviato del presidente americano, venuto a chiedergli, il 17 agosto, di rispettare la tregua (Kushner aveva incontrato il giorno prima al Cairo, Khalil Al-Hayya, il più alto dirigente di Hamas, il quale si era impegnato ad applicare il “piano Trump” per il disarmo della milizia palestinese).
Netanyahu alza la posta, infatti, sui progetti militari su Gaza, con l’occhio focalizzato sulle elezioni israeliane del 27 ottobre, che si preannunciano molto contese. Non solo il capo del governo non prende in considerazione la fine delle ostilità a Gaza, ma parecchi dei suoi ministri, membri del suo partito, il Likud, o dell’ultra destra suprematisti, proclamano di poter svuotare l’enclave palestinese della sua popolazione.
L’impasse è tanto più preoccupante che Netanyahu esclude ugualmente di affidare la gestione di Gaza al comitato di tecnocrati palestinesi anche se costituito con tale scopo dal Consiglio della pace. Il perdurare degli attacchi da parte di Israele deve tuttavia essere alimentato da una minaccia più o meno identificata. Perciò Netanyahu e il suo governo amplificano il pericolo rappresentato della scoperta in Israele, a fine agosto, di una decina di aquiloni partiti da Gaza.

Questi aquiloni hanno un bell’essere semplici giocattoli, privi di carica né incendiaria, né esplosiva, vengono considerati delle armi il cui invio richiede una risposta da parte dell’esercito israeliano. I genitori di Gaza hanno quindi preferito privare i loro figli di ciò che era una dei loro ultimi passatempi per evitare nuove tragedie. La guerra di annientamento che Netanyahu conduce da tre anni contro la striscia di Gaza, piuttosto che contro Hamas, è palesemente fine a se stessa.

Il testo è stato tradotto da Hélène Colombani Giaufret.

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