Munther Isaac, pastore palestinese: «La resurrezione ci dà il coraggio di resistere»
LA CROIX L’HEBDO, 28 MARZO 2026
Intervista a Munther Isaac, pastore palestinese
«La resurrezione ci dà il coraggio di resistere»
Intervista raccolta da Marguerite de Lasa
Due mesi dopo il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre, la guerra condotta da Israele prende già una piega drammatica, con un numero di morti che non cessa di crescere. Alcuni giorni prima di Natale, la predica di un pastore palestinese diventa virale sui social media. A Betlemme, ha posto il Gesù del presepe su un mucchio di macerie, e lo ha avvolto in una kefiah. Nella sua omelia, afferma con voce forte che a Gaza, “Gesù si trova fra le macerie” e interroga senza mezzi termini gli Occidentali sulle loro responsabilità di fronte a questa tragedia. Questo religioso è Munther Isaac, pastore palestinese della Chiesa evangelica luterana, che s’inserisce nel solco del movimento ecumenico Kairos Palestina. Partendo da una lettura del Vangelo incarnata nel territorio, questo movimento non violento denuncia dal 2009 l’occupazione in Palestina, legando sempre l’esigenza della giustizia e della pace.
Due anni e mezzo più tardi, allorché la situazione a Gaza e in Cisgiordania rimane drammatica e che il Medio Oriente è di nuovo in fiamme, Munther Isaac fa sentire la sua voce, alla vigilia di Pasqua, una voce di verità esigente, venuta dal cristianesimo palestinese.
In occasione del Natale 2023, Munther Isaac, allora pastore luterano di Betlemme, divenne famoso per una accorata predica in cui affermava che a Gaza “Gesù si trovava fra le macerie”.
Potente voce del cristianesimo di Terra Santa, oggi a Ramallah, si rivolge ai cristiani per interrogarsi sul senso della Pasqua nel dramma vissuto dai palestinesi.
A qualche giorno di Pasqua, quale è il suo sentimento e quello dei cristiani di Palestina che le stanno attorno?
In questo momento, spero di non vedere un’altra famiglia cristiana di Ramallah o di Betlemme lasciare il paese. Spero che nessun altro venga ucciso in occasione dei costanti attacchi contro i villaggi palestinesi dei dintorni. E, ovviamente, in quanto pastore, devo riflettere al messaggio che trasmetterò al mio popolo a Pasqua.
Possiamo veramente trovare speranza nella nostra fede? Quale messaggio di conforto posso recare in questo contesto?
Qual è la situazione politica e umanitaria che osserva intorno a lei in Cisgiordania, ma anche a Gaza, se ha notizie?
La situazione di Gaza è catastrofica. Le cose non sono migliorate. C’è gente, e in particolare bambini, che continuano ad essere uccisi, in gran numero. Regna una paura reale, quotidiana. Il cibo è raro ed è molto caro. Gli ospedali funzionano sempre al minimo della loro capacità
La ricostruzione non è iniziata. Ci sono più o meno due milioni di sfollati nella Striscia e penso che il numero di orfani si avvicini ai 39.000. Chi si occuperà di loro? Senza parlare di coloro che sono stati amputati o feriti…
In Cisgiordania, gli attacchi dei coloni non hanno precedenti. Non ho mai visto nulla di simile. E mai sono considerati responsabili dei loro atti. Sono protetti dall’esercito, sono al di sopra delle leggi e godono di una totale impunità.
Di fronte a questa situazione, che cosa aspetta dai cristiani occidentali?
Sì, che rimangano fedeli alle loro idee. Crediamo alla legittimità del diritto internazionale? Non è perfetto, ma ha il merito di esistere. Crediamo nella nostra missione in quanto credenti e cristiani, di proteggere i più vulnerabili e di dire la verità al potere? Crediamo che la giustizia sia essenziale nella nostra fede?
Faccio queste domande perché gli ultimi due anni ci hanno purtroppo costretti, in quanto cristiani palestinesi, a sollevare domande serie. Quando i diritti umani sono stati violati in Ucraina, numerose Chiese si sono immediatamente espresse e numerosi paesi hanno sanzionato la Russia. Quando i diritti umani sono violati a Gaza non abbiamo visto nessuna sanzione contro Israele. Questo ci spinge a chiederci se i paesi dell’Europa occidentale ci considerano come uguali a loro. Siamo per essi veramente degli esseri umani a pieno titolo?
Credo anche sinceramente che siamo attualmente confrontati a una minaccia esistenziale, in quanto cristiani in Terra Santa. Qui la vita è diventata quasi impossibile. Stiamo vivendo in condizioni impossibili con check-point che ci ritardano per ore, un’economia in crisi, la paura costante della violenza. Credo quindi che le Chiese mondiali devono prendere le loro responsabilità per assicurarsi che i cristiani non scompaiano nel luogo dove tutto è incominciato.
Che cosa farebbe Gesù se si trovasse oggi di fronte a un check-point israeliano. Nel suo libro, L’altro lato del Muro (Editions Golias, 2023) parla della sua identità palestinese come di una sfida. Perché?
Sono fiero di essere palestinese e fiero di essere cristiano. È un misto e penso che non si possa separare un elemento dall’altro. Nello stesso tempo, sono pienamente conscio che in Occidente le identità sono spesso contrapposte le une alle altre. Ed esiste una certa percezione dei ruoli che si suppone dobbiamo svolgere. Se siete cristiano, sembra talvolta che dovete essere anti-musulmano. Viene usata l’espressione “civiltà giudeo-cristiana”, come se gli ebrei e i cristiani dovessero essere alleati contro tutti gli altri. Ciò mi pare strano, dato che i cristiani hanno perseguitato gli ebrei per anni, e che l’antisemitismo rimane un problema nei nostri ambienti cristiani. Ma improvvisamente, per ragioni politiche, questo linguaggio della “civiltà giudeo-cristiana” viene usato e noi, cristiani palestinesi, dobbiamo adeguarvisi. Ora insistiamo sul fatto che il problema qui non è religioso. Non si tratta dell’Islam che rifiuta di accettare gli Ebrei. Ed è per questo che sono molto turbato da tutto questo tipo di discorso che ci vuole convincere che se soltanto i credenti potessero coesistere, dare prova di tolleranza e di accettazione, sarebbe meraviglioso. È quel che vogliamo! Ma non è questo il problema in Palestina. Il problema è che dei colonizzatori sono venuti dall’Europa e hanno espulso la metà della nostra popolazione, poi hanno imposto un sistema di occupazione militare e di apartheid a coloro che sono sopravvissuti. Il problema è l’oppressione. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome.
Lei racconta che da bambino in Cisgiordania, la lettura della Bibbia era una fonte di tensione per lei. Perché?
La più grande sfida era di leggere dei brani sul popolo d’Israele, che collegavo nel mio subconscio con lo Stato d’Israele odierno. Era complicato perché, nella principale traduzione araba che utilizziamo, per parlare dei “Filistei”, il popolo contro il quale gli israeliti hanno combattuto, si usava un termine che corrisponde al modo con cui parliamo oggi dei palestinesi. Avevo allora 10 o 11 anni e leggevo nella Bibbia che gli israeliani combattevano contro i palestinesi. E generalmente gli israeliani vincevano.
Era nel momento cruciale della prima Intifada (1987-1993). Io volevo che i palestinesi, il mio popolo, vincessero. E, di fatto, ciò che leggevo nella Bibbia diceva il contrario. Questa non è soltanto la mia esperienza ma anche quella di molti altri cristiani palestinesi. Questa lettura biblica rappresentava una grande sfida da accettare. Mi ponevo anche altre domande, per esempio, per esempio: che significa amare i propri nemici quando, dopo avere giocato a calcio buttavano sassi sui soldati? Ci chiedevamo: è violenza? Posso dire con certezza che una delle credenze fondamentali del cristianesimo palestinese tratto dall’insegnamento di Gesù è la nonviolenza.
Ora organizza delle conferenze intitolate “Il Cristo ai check-point”. A che cosa mira questo taglio teologico?
È il nostro tentativo di collegare la fede alla realtà. Si basa su un interrogativo semplice: che cosa farebbe Gesù oggi di fronte a un check-point? Questa domanda permette di non parlare in modo astratto. Rispondiamo così alle domande che quotidianamente si pongono i palestinesi. E inevitabilmente, abbiamo dovuto anche noi affrontare dibattiti teologici per chiederci: Dio ha promesso una terra a un popolo?
Allude al sionismo cristiano. In che cosa consiste questa ideologia e quale impatto, secondo Lei, ha sulla realtà?
Il sionismo consiste nello stabilire una patria per il popolo ebreo in Palestina. I sionisti cristiani, fra cui molti evangelici americani, sostengono questa ideologia per motivi religiosi. Credono che gli ebrei devono radunarsi in Palestina come condizione preliminare alla seconda venuta di Gesù. È problematico, prima perché la Palestina non è una terra vuota. Si tratta quindi di stabilire una patria per il popolo ebreo sulla terra di qualcun altro. Che cosa fate allora? Una pulizia etnica? Il governo israeliano ne ha parlato esplicitamente.
In secondo luogo, l’idea di una patria per il popolo ebraico è il sionismo e implica la creazione di uno Stato ebraico. Ora sarebbe per definizione esclusivo. La legge sullo Stato nazione israeliano del 2018 ne è un esempio evidente: il diritto all’autodeterminazione appartiene esclusivamente al popolo ebraico. Ecco quindi che cos’è il sionismo. Ma poi si conferisce a questa ideologia un linguaggio religioso, la si giustifica in nome della Bibbia ed è così che molti cristiani finiscono con sostenere Israele a spese dei palestinesi.
La riconciliazione ha oggi per Lei un significato?
Non posso neanche pensare alla riconciliazione. Il mio obiettivo è sopravvivere. E non lo interpretate in senso personale, ma ci sentiamo offesi quando ci viene posta questa domanda. Perché siamo buttati fuori da una nave da qualcun altro, stiamo annegando e certi ci chiedono in che modo possiamo riconciliarci con quelli che hanno cercato di espellerci. Cerchiamo di sopravvivere a un genocidio e a un tentativo sistematico di cacciarci fuori dalla nostra terra, tentativo che dura da 77 anni e che si è intensificato nel corso degli ultimi anni.
Il nostro obiettivo non è di vendicarci ma di sopravvivere. E noi sappiamo che cosa debba succedere per questo. Abbiamo bisogno di un cambio di atteggiamento de parte del mondo occidentale, Israele non rispetterà il diritto internazionale a meno di esservi costretto. Smantelliamo l’apartheid. Assicuriamoci che i palestinesi sopravvivano sulla loro terra. La giustizia, l’equità, l’uguaglianza possono manifestarsi tramite molteplici soluzioni politiche. Può trattarsi di una soluzione a due Stati, di una confederazione o di un unico Stato. In seguito potremo trovare i mezzi per disegnare l’avvenire.
Per me, essere artefice della pace, è chiedere sanzioni contro Israele e chiedere che dei criminali di guerra siano ritenuti responsabili.
Dall’altro lato del Muro, che Lei ha scritto prima del 7 ottobre 2023, rifletteva al modo in cui essere artefici di pace nel vostro contesto. Ha ancora un senso oggi per Lei?
Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Un cristiano è un operatore di pace per definizione. Ma la pace non è soltanto l’assenza di violenza. È vivere insieme in armonia in quanto uguali. Non è la neutralità né la passività. La pace presuppone di scegliere. Gli operatori di pace esercitano pressioni per porre fine al male e fermare l’oppressore.
Per me, essere operatore di pace, è chiedere sanzioni contro Israele e chiedere che i criminali di guerra come Netanyahu e Yoav Gallant (ex ministro della difesa d’Israele) siano considerati responsabili. Soltanto in questo modo noi potremo raggiungere la pace.
Lei dice spesso che Gesù si trova nelle macerie di Gaza o davanti ai check-point israeliani. Che cosa farebbe lì?
Prima di tutto mi sembra importante sottolineare che per me Gesù si identifica con le vittime di oppressione e di ingiustizia. E spero che la gente comprenda che io non dico che Gesù parteggia per i palestinesi perché sono palestinesi. Se si trattasse di un conflitto tra la Francia e l’Italia e che la Francia opprimesse gli italiani direi che Gesù è solidale con gli italiani
Per me l’insegnamento fondamentale è la solidarietà di Dio con i marginalizzati e gli oppressi. E questo mi dà coraggio e sicurezza. Quando vediamo lo stesso Gesù vittima, quando lo vediamo sfuggire a un massacro come accadde neonato a Betlemme e quando ha dovuto fuggire, quando lo vediamo parlare di rettitudine, incarnare il concetto di giustizia e invitare a una realtà alternativa nel nostro mondo, che chiama il regno di Dio… noi ascoltiamo un appello a proseguire per la nostra strada, a non cercare la vendetta, e a ricordarci che non siamo dimenticati.
Pasqua ci ricorda che il venerdì può sembrare troppo lungo, che il sabato può sembrare troppo solitario e troppo cupo, ma che verrà domenica …
Oltre a questo, Gesù non è rimasto sulla croce. Gesù è risorto e la resurrezione ci dà la certezza che nell’economia divina, la giustizia ha sempre la meglio. La resurrezione ha reso giustizia a Gesù che è stato crocefisso come un criminale, come un ribelle, come una persona cattiva. La resurrezione ci conferma che la giustizia, la vita e il bene hanno la meglio. Conferisce così un senso alla nostra lotta. Ci impedisce, o perlomeno dovrebbe impedirci, di capitolare e di cedere. Poiché se non posso essere certo che il bene avrà finalmente la meglio, allora a che serve impegnarmi nella lotta? Farei meglio a partire.
Quindi la presenza di Dio con noi, il fatto che Gesù sia risorto, il fatto che Dio sceglie… tutto questo ci dà motivazione e il coraggio di continuare a resistere al male, continuando a combattere il male con il bene. Così Gesù al check-point non mi chiama a uccidere, a odiare, ma non mi spinge neanche a essere passivo o neutrale. Mi incita a trovare i mezzi di resistere al mio occupante, secondo l’insegnamento di “vincere il male con il bene”. Per me la resistenza creativa e la nonviolenza ne sono le manifestazioni.
In che cosa consisterebbe la speranza di Pasqua, qui in Cisgiordania?
Vorrei celebrare la Pasqua senza un check-point che mi impedisce di andare a Gerusalemme per la domenica delle Palme, senza barriere che ci impediscono di andare alla chiesa del Santo Sepolcro per la vigilia pasquale. Vorremmo poter celebrare Pasqua normalmente. Purtroppo, non sappiamo a che cosa rassomigli questo.
Ma spero che la speranza della resurrezione continuerà a essere reale nelle nostre vite e a guidarci, a darci coraggio. Sapete, possono prenderci tutto, ma non possono prenderci la nostra fede nella bontà e nella giustizia di Dio. La nostra fede nel fatto che la vita e il bene trionferanno sempre sulla morte.
Pasqua ce lo ricorda. Ci ricorda anche che il venerdì può sembrare troppo lungo, che il sabato può sembrare troppo solitario e troppo buio, ma che verrà domenica. E se non sappiamo che arriverà domenica, allora il sabato sarebbe intollerabile. Bisogna credere che c’è qualcuno che si trova fuori dalla tomba e che un giorno farà rotolare la pietra. Spero che ad ogni Pasqua ricorderemo ciò, noi palestinesi, che possiamo considerare la nostra vita come un sabato prima della domenica. È troppo lungo, troppo silenzioso, con la morte intorno a noi. Ma sappiamo che un giorno verrà la domenica.
Qualche notizia biografica
1979 Nascita a Beit Sahour, in Palestina, in una famiglia cristiana ortodossa
2002 Laurea in genio civile dell’Università Beir Zeit, in Palestina.
2005 Laurea in studi biblici al Westminster Theological Seminary, negli Stati Uniti.
2012 Direttore del programma «Cristo al check-point», che promuove una riflessione sulla resistenza pacifica all’occupazione israeliana fra i cristiani.
2014 Tesi di dottorato sulla teologia della Terra promessa all’Oxford Centre for Mission Studies, nel Regno Unito.
2015 Rettore dell’Accademia evangelica Bethleem Bible College fino al 2024.
2023 Il Natale vissuto: «Cristo nelle macerie. Una liturgia del lamento» da cui trarrà il volume
Christ in the Rubble. Faith, the Bible and the Genocide in Gaza (Erdmans, 2025, non tradotto).
Un libro: No Life of My Own, di Frank Chikane (1988) in cui l’autore racconta la sua lotta contro l’apartheid in Africa del Sud in quanto pastore. Imprigionato per questa battaglia ha sempre insegnato l’amore e affermato il principio secondo cui si vince il male con il bene. Si tratta dell’autobiografia di qualcuno che mi ha insegnato il coraggio e la resilienza.
Il luogo: la sua chiesa
Ho sempre trovato la pace nel santuario della Chiesa luterana di Betlemme. È un posto molto speciale. Abbiamo creato lì l’immagine di Cristo sotto le macerie. Gli ha conferito più significato.
Una figura ispiratrice: Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme (1987-2008)
«Anche se non sono cattolico, posso dire senza rischio di sbagliare che esso rappresenta una figura paterna per molti di noi, cristiani palestinesi. È un uomo integro, coraggioso, profondamente impegnato nella sua fede ma anche a favore della giustizia e dell’umanità».
Il testo è stato tradotto da Hélène Colombani Giaufret.
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