Cancellati. I meticci nel colonialismo italiano
29 Luglio 2023 – 21:50

Africa, 29 luglio 2023
di Uoldelul Chelati Dirar
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Storie da Gaza, dove la guerra non si è mai fermata

a cura di in data 4 Novembre 2026 – 18:59Nessun commento

Gaza – 2025 – dal documentario “Leaving Gaza – Cessate il fuoco” di Al Hassan Selmi, Fatena Mohanna e Chiara Avesani

Città della Spezia, 1° novembre 2026

“Pensavamo che dopo il cessate il fuoco saremmo finalmente tornati alla vita normale, ma viviamo ancora ogni giorno nella paura e nella sofferenza”. Sono queste le parole che mi sono arrivate nei giorni scorsi da alcune persone che vivono a Gaza in risposta alla mia domanda: “Come state, che cosa è successo dopo la tregua del 10 ottobre 1025?”. Sono persone che lavorano nella pubblica amministrazione, in particolare nel settore dell’acqua, che ho conosciuto durante la mia attività di cooperante. La connessione è scarsa, i messaggi mi sono giunti in alcuni casi tramite amici comuni che vivono in Cisgiordania. Provengono non da miliziani di Hamas, da “musulmani fanatici”, ma da uomini e donne semplici che vorrebbero vivere in pace e in dignità nella loro terra.
In un mondo che ha quasi dimenticato Gaza, il giornalismo più attento e sensibile – quello che riesce, nonostante le censure, a raccontarci ciò che accade nella Striscia – conferma queste parole e spiega che da quel 10 ottobre la tregua è stata violata 5.474 volte e che 1.400 palestinesi sono stati uccisi, tra cui oltre 300 bambini.
Il 94% della popolazione – due milioni di persone – è sfollata, ammassata in tende e per strada. Alcuni preferiscono vivere nelle loro case pericolanti, a rischio crollo dopo i bombardamenti: 2 mila edifici in cui vivono 300 mila persone.
Nelle tende c’è un caldo asfissiante. Sono infestate dai topi. Ora si temono il freddo, le inondazioni.
Manca tutto, innanzitutto le medicine. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni è aumentato di dieci volte dal 2023. I bambini hanno difese immunitarie molto deboli. Solo 19 dei 38 ospedali di Gaza sono rimasti operativi, ma funzionano a capacità limitata a causa dei danni alle strutture e alla mancanza di mezzi e farmaci.
Anche la maggior parte delle scuole è andata distrutta. Possiamo solo immaginare, forse, cosa significhi per un bambino sopravvissuto, a volte senza più genitori, a volte con gli arti amputati, dover fare a meno anche della scuola.
Gaza è piena di rifiuti. Molte vittime sono ancora sotto le macerie, spesso si trovano pezzi di corpi.
Mi spiegano: “Circa il 70% delle famiglie soffre di scarsità di acqua, quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico sanitarie di Gaza è danneggiato o distrutto, i due impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare funzionano ai livelli minimi per la carenza di pezzi di ricambio e di attrezzature”.
“Ogni giorno – continuano – la ‘linea gialla’ viene superata da Israele”. La “linea gialla” è stata stabilita in base all’accordo dell’ottobre 2025: delimita le aree in cui i gazawi non possono accedere. “Le aree a nostra disposizione si restringono sempre più, i droni arrivano uno dopo l’altro, le nostre tende vengono incendiate”. Secondo l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), le zone oltre la “linea gialla” si sono espanse arrivando al 70%. I palestinesi sono sospinti sempre più verso l’interno della Striscia.
Il nuovo rapporto pubblicato nei giorni scorsi dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni unite sul Territorio palestinese occupato ha affermato che “le autorità e le forze israeliane continuano a commettere atti genocidari con l’intento genocidario di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi a Gaza”. Il rapporto smentisce l’ultima relazione del Board of Peace voluto da Trump, l’organismo a guida americana che avrebbe dovuto garantire il cessate il fuoco, l’ingresso degli aiuti e la ricostruzione. In realtà gli attacchi militari continuano, l’accesso dei soccorsi viene impedito, e della ricostruzione – che doveva cominciare nel gennaio di quest’anno – non c’è traccia. Mancano i soldi, e i primi a non versare sono gli americani. La strategia è chiara: fare di tutto perché i palestinesi sopravvissuti emigrino in altri Paesi.
Questa volta non si può proprio dire che ci siano responsabilità di Hamas: gli ultimi militari israeliani sono stati uccisi il 19 ottobre 2025. Hamas non combatte più, Gaza è distrutta e ormai sotto il controllo esclusivo dell’esercito israeliano e dei suoi collaboratori palestinesi, milizie armate anti Hamas finanziate da Israele. Ha quindi ragione Jean-Pierre Filliu a scrivere su “Le Monde” l’articolo intitolato “Contro chi l’esercito israeliano combatte veramente a Gaza?” (leggibile su www.funzionarisenzafrontiere.org). Contro una decina di aquiloni dei bambini di Gaza, risponde Filliu: da Gaza, da un anno a questa parte, sono arrivati in Israele solo dei poveri giocattoli.
Secondo la Commissione ONU, la strategia di cacciare i palestinesi dalla Palestina è ora applicata da Israele anche in Cisgiordania: si sta facendo in questi giorni a Hebron la stessa operazione che ha causato almeno 34mila sfollati dai campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams.
Certo, Netanyahu non ha vinto le elezioni. Ma per i suoi avversari non sarà semplice formare un governo con i partiti arabi, votati dagli arabi che vivono in Israele: perché il razzismo anti palestinese è purtroppo molto forte anche nel loro elettorato. Dobbiamo sperare che qualcosa di nuovo nasca in Israele. Soprattutto dobbiamo rompere il nostro silenzio. Le manifestazioni che hanno riempito le strade del mondo durante l’offensiva si sono ridotte e Gaza è diventata meno centrale nel dibattito pubblico. Eppure il genocidio è ancora in corso.
Fa sperare, in ogni caso, la capacità di resistenza del popolo palestinese. E’ privo di una rappresentanza politica adeguata, ma esprime una straordinaria forza morale,che conosco bene. Nella sua storia ci sono state tante tragedie: ma questo popolo è sempre pronto a ricominciare e a ricostruirsi da zero. Non si farà mai cacciare. Mentre scrivo mi arrivano i messaggi della mia amica Giorgia Lombardi, spezzina, appena arrivata nella mia amata Jenin: “Il campo profughi è completamente vuoto. Ma la vita, fuori, è vivace e stanno resistendo”. I palestinesi, tante volte sterminati, devastati, oppressi, sono ancora lì. Generazione dopo generazione, resistono. La storia ci aiuta a comprendere, ma aiuta i palestinesi a lottare e noi a sperare.

Ragazzo coperto da una bandiera palestinese che ricade sulle spalle, durante una giornata internazionale di protesta contro il genocidio in corso a Gaza
(foto Gian Marco Benedetto)

LA SPEZIA CON GAZA
Venerdì scorso si è tenuta al Circolo Arci Canaletto la bella e intensa manifestazione “CON GAZA”, organizzata dal comitato “L’altra città per un’altra cultura”, come anteprima dell’evento popolare che si terrà il 7 e l’8 novembre in sei diversi luoghi della città. Fotografia, musica, un documentario ci hanno portato dentro l’orrore e l’angoscia di Gaza.
La foto che vedete in alto è tratta dal documentario, intitolato “Leaving Gaza – Cessate il fuoco”, regia di Al Hassan Selmi, Fatena Mohanna e Chiara Avesani. Si concentra sul periodo di temporaneo “cessate il fuoco” iniziato a gennaio 2025. Fu un “cessate il fuoco” altrettanto unilaterale di quello dell’ottobre successivo, poiché Israele ripristinò, fin dal 2 marzo, uno stretto blocco dell’enclave palestinese, prima di riprendere i massicci bombardamenti, il 18 marzo, coordinati con l’intelligence americana. Durante l’estate 2025, migliaia di civili palestinesi morirono per la carestia, morti di fame o per malattie o ferite aggravati dalla malnutrizione, oppure uccisi da distribuzioni caotiche di cibo organizzate da una fondazione vicina alla Casa Bianca. Al Hassan Selmi, presente all’iniziativa di venerdì, è uno dei tanti giornalisti palestinesi che hanno cercato di documentare sul campo il genocidio. Quasi 300 di loro sono stati uccisi per oscurare la verità e per attenuare il senso di urgenza di agire. Proprio per questo Al Hassan Selmi, presente in sala venerdì, ci ha detto: “Non dimenticate Gaza, fate qualcosa”. Ha colpito tutti che dalle sue parole non sia emerso alcun odio verso l’oppressore: la sua visione è che la Palestina, che chiama Terrasanta, sia un luogo in cui musulmani, ebrei, cristiani e ogni tipo di umanità possano convivere in pace, nel rispetto dei diritti umani. Ma sa che per ottenere questo risultato sarà necessario lottare ancora.
La foto in basso è stata esposta, venerdì, nella mostra fotografica “Shomèr ma mi-llailah? (Sentinella, quanto dura la notte?)” dello spezzino Gian Marco Benedetto che, pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023, raggiunse Israele e Palestina come fotoreporter. Ritrae un ragazzo coperto da una bandiera palestinese che ricade sulle spalle, durante una giornata internazionale di protesta contro il genocidio in corso a Gaza. Nel 2025 la Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alla nostra società. Hanno bucato il velo di Maya del neoliberismo e dell’europeismo ipocrita che non ha messo un dito contro il genocidio. Hanno portato le persone – e i giovani – a voler agire da protagonisti. Ora le piazze si stanno nuovamente riempiendo, la società civile si è nuovamente risvegliata, soprattutto per opporsi alla macchina della guerra. Non dimentichiamoci che a Gaza la guerra non si è mai fermata.

Giorgio Pagano

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