La “tregua” è un miraggio, la Palestina deve vivere
Città della Spezia, 22 febbraio 2026
Qualche giorno fa ho visto un film che mi ha lasciato stordito. Si intitola “Put your soul on your hand and walk”. “Prendi in mano l’anima e cammina”, è la frase che Fatma Hassouna, una ragazza ventiquattrenne di Gaza, dice a se stessa prima di uscire di casa e andare a fotografare le macerie sotto le bombe. La regista iraniana, in esilio a Parigi, Sepideh Fersi non è riuscita a entrare a Gaza e ha realizzato il film grazie alle registrazioni delle videochiamate con Fatma e alle sue fotografie: un impressionante diario visivo sulla vita e sulla morte che un giorno farà parte della documentazione storica che descrive ciò che è accaduto in questi anni a Gaza e che rivela il degrado della nostra civiltà.
Il sorriso radioso, bellissimo, di Fatma è una presenza continua. Mentre descrive la vita in mezzo alla morte,
mentre racconta di come della zia, morta durante un bombardamento, abbiano trovato solo la testa, di come una sigaretta costi 50 dollari, di come manchi il cibo, di come vivere così l’abbia portata a non dormire e alla depressione. Fatma spera che la guerra finisca, sogna di visitare il mondo – lei che non è mai uscita da Gaza – ma per tornare, perché per lei non c’è altro posto che Gaza. Un simbolo della fierezza palestinese, dell’appartenenza orgogliosa alla propria terra: “Non possono sconfiggerci perché non abbiamo niente da perdere”. E nessun altro posto dove andare.
Nell’ultima videochiamata Sepideh comunica a Fatma che avranno la possibilità di presentare il film al Festival di Cannes e che sono entrambe invitate sulla Croisette. Fatma è felicissima della notizia che accoglie con l’ultimo dei suoi meravigliosi sorrisi. Il giorno dopo, 16 aprile 2025, improvvisamente, la casa degli Hassouna viene distrutta da missili di precisione che uccidono Fatma e gran parte della sua famiglia. Secondo la regista “L’edificio è stato preso di mira, visto l’alto numero di giornalisti e fotografi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza”. Sono 211, tra cui 28 donne.
Nello stesso giorno in cui ho visto il film Donald Trump presentava il “Board of Peace”. Avevo ancora in mente le immagini dello show del Presidente nel suo nuovo regno globale: un club di dittatori, autocrati, finanzieri, immobiliaristi, miliardari, di cui si è autonominato presidente a vita. Non ho potuto non pensare a Epstein: perché il club riproduce la logica delle élite di potere e di soldi che si spartiscono il mondo e il business, oltre che il sesso. Trump ha lo stesso volto di Epstein: la ricchezza neofeudale che si sostituisce alle istituzioni, in questo nuovo, buio, contemporaneo Medioevo.

Una donna scala il muro di separazione che separa Gerusalemme dal
villaggio di al-Ram, forse per cure mediche
(foto inviata a Giorgio Pagano il 18 ottobre 2025)
Nel Medioevo dei ricchi senza freno non c’è spazio per i palestinesi, che continuano a morire – oltre 600 si sono aggiunti, dopo la “tregua”, alle 75.000 vittime del genocidio. I raid tornano periodicamente a seminare morti a Gaza, mentre continuano gli ostacoli di Israele alle operazioni umanitarie. Nel contempo vengono varate in Cisgiordania misure senza precedenti per il controllo della terra: il cuore di ogni progetto coloniale. Dopo il 1948 e il 1967, dal 2023 è in atto una nuova tappa del progetto coloniale israeliano, verso l’occupazione di tutta la Palestina. 980 km quadrati di terre sono stati ripuliti dalla presenza palestinese in dure anni: tre volte tanto la Striscia di Gaza. I palestinesi sono costretti a vivere in pezzetti di terra sempre più piccoli, tra muri e colonie. Gli amici della Cisgiordania mi scrivono che, nel primo venerdì di Ramadan, nei giorni dell’amore e della speranza, non possono più pregare nella moschea di al-Aqsa, perché il governo israeliano vuole sempre più assumere il controllo totale della spianata. Nessun futuro viene garantito dai palestinesi. Gli americani hanno poteri sovrani come gli inglesi un secolo fa e si oppongono a ciò che è necessario per la pace: accogliere lo Stato di Palestina come Stato membro sovrano delle Nazioni Unite e salvaguardare l’integrità territoriale dello Stato di Palestina e di Israele secondo i confini del 1967. Stati Uniti e Israele coltivano la crudele illusione di governare in modo permanente il popolo palestinese.
Oggi, quando la “Riviera” di Gaza fatta di grattacieli, hotel di lusso, casinò e spiagge dorate, che tanto aveva scandalizzato il mondo, sta per tradursi in realtà, la quasi totalità dell’opinione pubblica non riesce più a reagire. E’ paralizzata dal miraggio del cessate il fuoco proclamato l’ottobre scorso. Ma la “tregua” è, appunto, un miraggio. E bisogna tornare a mobilitarsi, perché la Palestina deve vivere.
Suscita sdegno il fatto che l’Italia partecipi come osservatore al Board, in contrasto con la Costituzione. I principali Paesi europei non sono andati: ma quale politica alternativa propongono? Nessuna, perché l’Europa non esiste come entità politica. Gli Stati Uniti hanno voluto l’emarginazione dell’Europa, e le sue classi dirigenti si sono sottomesse. Il progetto del Board è quello di sovvertire le Nazioni Unite, ma purtroppo Trump ha avuto il mandato proprio dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il progetto fallirà se gran parte del mondo lo rifiuterà e saprà difendere quel che resta delle Nazioni Unite, che è indispensabile non muoia in un mondo in preda a un folle disordine. I Paesi europei devono finanziare non più le guerre e il riarmo, ma l’ONU dissanguata da Trump. E riscoprire la pace, la diplomazia, la cooperazione. I cittadini devono pretendere che lo facciano.
Post scriptum
Dedico questo articolo a Fatma Hassouna e a tutte le ragazze e le donne palestinesi.
Le fotografie di oggi ne ritraggono alcune.
La foto in alto vedete mi è stata inviata il 27 gennaio 2025: ritrae una donna invalida in fuga da Gaza City.
La foto al centro dell’articolo ritrae una donna che scala il muro di separazione che separa Gerusalemme dal villaggio di al-Ram, forse per cure mediche; mi è stata inviata il 18 ottobre 2025.
In basso vedete una mia foto scattata nel 2011 a Jenin, che ho intitolato “Fierezza palestinese”.
lucidellacitta2011@gmail.com
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