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Cisgiordania: Israele impone un clima di terrore

a cura di in data 2 Gennaio 2026 – 18:01Nessun commento

Le Monde, 12 dicembre 2025

Luc Bronner

Nel territorio, occupato dallo stato ebraico dal 1967, la violenza subita dalla popolazione palestinese raggiunge un livello inedito. Più di 1.000 Palestinesi sono stati uccisi in due anni da soldati o da coloni, mentre 59 Israeliani lo sono stati nello stesso periodo. Spari mortali, arresti arbitrari, tortura nelle prigioni: i metodi adottati dall’esercito israeliano creano un clima di terrore. I coloni giocano un ruolo chiave in questo degrado, con 1.600 attacchi registrati dall’ONU dall’inizio dell’anno, ossia un livello record. La loro azione è incoraggiata dai ministri di estrema destra, che vogliono annientare la prospettiva di uno Stato palestinese.

Il livello di violenza inflitto ai Palestinesi non è mai stato così alto dall’inizio dell’occupazione di questo territorio da parte dello Stato ebraico, nel 1967

Reportage

Questo si chiama un clima di terrore. E si misura negli occhi, nelle parole, nei silenzi degli abitanti di Kafr Aqab, un quartiere situato sulla strada tra Gerusalemme e Ramallah. Qualche ora prima, quel venerdì 21 novembre, due Palestinesi di 16 e 18 anni sono stati uccisi all’incrocio di più vie commerciali da soldati della polizia delle frontiere, equivalente militarizzato della gendarmeria, molto attiva in Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est. Ufficialmente i poliziotti hanno fronteggiato una scena di sommossa con lancio di sassi e spari di fuochi d’artificio. La polizia, sostenuta da un cecchino che si trovava in un caseggiato mezzo vuoto, in prossimità, ha sparato, colpendo da quattro a sei persone, secondo le fonti. Due di esse sono morte, una dopo aver perso lentamente tutto il suo sangue sul selciato in mancanza di autorizzazione da parte dei soldati a venirla a soccorrerla.

I Palestinesi hanno paura. Dell’esercito. Della polizia. Del Shin Bet (l’intelligence interna). Dei coloni. Degli arresti. Degli interrogatori. Della prigione. Dei check point. Delle pattuglie. Anche di prendere la strada tra le diverse città di Cisgiordania. “I soldati arrivano, chiudono la strada. Spesso sparano gas lacrimogeni, talvolta con le loro armi. Senza ragione. Ci terrorizzano” dice il dipendente di un ristorante, pregando di non dare alcuna indicazione sulla sua identità, come la decina di commercianti interrogati nei dintorni del bivio di Kafr dove sono stati uccisi i due giovani. “Quello che cercano è di terrorizzarci, e ci riescono: ho paura”, dice un altro cinquantenne, spiegando che sogna un rifugio in Spagna. “Vogliono farci andare via” afferma un terzo. “Il sangue palestinese scorre, ma non vale nulla. Nessuno dice loro di fermarsi”, aggiunge un quarto.

Elicotteri d’attacco
Tali parole si sentono a Ramallah, Betlemme, Sinjil, Nablus, Turmus Aya o Tubas. In realtà in tutta la Cisgiordania. Poiché, se l’occupazione militare da parte di Israele è in corso dal 1967, ha profondamente mutato natura dalla presa di potere da parte di una coalizione di destra ed estrema destra, intorno al primo ministro Benjamin Netanyahu, alla fine del 2022 secondo numerose fonti palestinesi e israeliane. L’andamento si è accentuato dal 7 ottobre e l’attacco di Hamas in Israele che ha fatto più di 1.200 morti, oltre a circa 70.000 persone a Gaza.

I numeri sono eloquenti nella loro freddezza. In due anni 1.043 Palestinesi sono stati uccisi dai proiettili dei militari, o, più raramente, dalle armi o dai bastoni dei coloni ebrei. Più di 10.000 altri sono stati feriti, secondo il computo dell’ufficio di coordinamento degli affari umanitari (OCHA) dell’organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Nello stesso periodo, 59 Israeliani sono stati uccisi, 315 feriti in Cisgiordania e in Israele. “L’aumento del numero di vittime di spari militari è direttamente legato all’allentamento delle regole d’ingaggio e all’adozione di pratiche di combattimento ispirate da Gaza, che aumentano i rischi per i civili”, dichiarano 12 ONG israeliane in un rapporto comune pubblicato Il 10 dicembre.

Venti donne Palestinesi sono state uccise, ricordano le ONG, e sette persone portatrici di handicap e più di 200 minorenni. L’esercito non cerca di mascherare veramente l’evoluzione delle sue regole d’ingaggio. Lanciare un sasso in direzione dei soldati è considerato un “atto terroristico” e può giustificare l’uso della forza militare. Il dibattito sulla pena di morte, lanciato dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir (estrema destra religiosa), che vuole instaurarla per i “terroristi” palestinesi, è superato in Cisgiordania, dacché i militari sono in situazione supposta di “combattimento reale” e l’uso delle armi è, a priori, legittimo. Ivi compreso utilizzando elicotteri d’attacco, come a Qabatyia. O radendo al suolo dei campi di rifugiati come a Jenin o a Tulkarem, all’inizio del 2025: immagini che hanno colpito le menti e ricordato le distruzioni di Gaza. Un metodo efficace per l’esercito: “Sappiamo che il numero di attività terroristiche effettuate da Jenin a Tulkarem è diminuito  di almeno il 50% grazie all’operazione che portiamo avanti dal 25 gennaio”, menziona una fonte militare ufficiale. L’esercito si dichiara di essere pronto a andare oltre.

Pressione accresciuta
I Palestinesi denunciano, invano, l’impunità dei soldati. Una constatazione non nuova. È la proporzione del numero dei morti che è cambiata: tra il 2018 e il 2022, ne erano stati censiti dall’ONU 329 in Cisgiordania, ossia 80 all’anno in media. L’esercito aveva trattato 219 querele verso di essa. Su tale numero erano state aperte 107 inchieste, secondo l’ONG Yesh Din. Una sola pena, simbolica, era stata comminata per omicidio involontario. “Tale immunità quasi totale elimina ogni forma di dissuasione contro l’uso inutile o ingiustificato della forza letale e rende normale l’uccisione di Palestinesi da parte dei soldati israeliani”, constatano le ONG.

Talvolta, un incidente suscita un’emozione internazionale, come per i due uomini uccisi a Jenin il 27 novembre. Fatto raro, visto le minacce che pesano anche sui giornalisti palestinesi, delle videocamere hanno registrato la scena da lontano. Nelle immagini si scorgono i due uomini che si arrendono. Tirano su i vestiti, si mettono in ginocchio. Poi ripartono indietro lentamente, come ubbidendo a un ordine. In quell’istante, i soldati della polizia delle frontiere fanno fuoco e li uccidono. “I soldati hanno agito esattamente come ci si aspetta che facciano”, ha reagito il ministro Itamar Ben Gvir, responsabile della polizia e delle prigioni. Il 9 dicembre un’inchiesta dell’ONG israeliana ha anche contestato l’operato dell’esercito per la morte di due fratelli, in giugno a Nablus, scena filmata da tre giornalisti.

Stessa constatazione per i maltrattamenti e le torture inflitti in prigione. Da due anni quasi 100 detenuti palestinesi sono morti in detenzione secondo le investigazioni condotte dall’ONG Physicians for Human Rights – una stima minima in quanto centinaia di persone arrestate a Gaza sono scomparse, fra loro l’ONG ha potuto identificare 26 detenuti di Cisgiordania. Ognuno di questi decessi alimenta la collera e le paure, anche dato che numerose testimonianze hanno menzionato ripetute torture, ivi comprese sessuali. Una strategia punitiva che le autorità non nascondono: “I prigionieri dovrebbero essere abbattuti con una pallottola in testa piuttosto che ricevere più cibo”, aveva dichiarato Itmar Ben Gvir in giugno 2024. “Sono qui per assicurarmi che i terroristi ricevano il minimo del minimo [in cibo]” aveva sostenuto, in luglio, davanti alla suprema Corte, per difendere le sue consegne di ridurre l’alimentazione dei detenuti.

La pressione militare garantita da 20 a 30 battaglioni secondo i periodi si è accentuata anche nel periodo più acceso delle operazioni a Gaza. Secondo i conteggi della Società dei prigionieri palestinesi, un’associazione presente nella maggior parte delle città, quasi 21.000 persone sono state detenute in toto da due anni in Cisgiordania. Alcune sono state rilasciate, altre sono rimaste in carcere nell’ambito di una procedura giudiziaria o con lo statuto di “detenuto amministrativo”, una misura che permette di incarcerare senza incriminazione particolare, senza processo, senza limite di tempo. “Una escalation massiccia di arresti arbitrari senza precedenti” constata l’associazione dei prigionieri a fine novembre.

L’esercito promuove una strategia offensiva e “proattiva” di fronte al rischio terrorista secondo quanto annunciato dal capo di stato maggiore, Eyal Zamir, il 10 dicembre. Tsahal moltiplica i rastrellamenti. “A Nablus, 400 strutture sono state perquisite”, ha spiegato l’esercito il 12 giugno “Le forze di sicurezza hanno perquisito più di 200 siti e interrogato decine di sospetti” dichiara la stessa fonte, il 27 novembre, a proposito del nord della Cisgiordania. Nonostante lo spiegamento di forze, il bilancio appare irrisorio per quanto riguarda le armi sequestrate: per novembre secondo le comunicazioni ufficiali dell’esercito, solo un pugno di M16, di fucili da caccia o di mitra “Carlo”, delle armi artigianali sono state scoperte in tutta la Cisgiordania.

Talvolta emergono dei video di questi interventi, ripresi di nascosto. Ma il più delle volte, gli Israeliani vietano ogni ripresa. Come a Beit Ommar, il 19 novembre: 400 abitanti, secondo fonti locali, sono stati interpellati di notte sotto la minaccia delle armi da guerra. Un attivista palestinese, Mohammad Awad, fa vedere lo stadio in cui gli uomini sono stati trattenuti parecchie ore: “Avevano gli occhi bendati, avevano le mani legate nella schiena, inginocchiati. Con il divieto di parlarsi”, racconta il militante che menziona colpi e insulti. “Con mio fratello e i miei nipoti e altri, ci hanno fatto camminare nella città, con gli occhi bendati in fila indiana, con le mani posate sulle spalle di colui che era davanti”, testimonia uno degli abitanti interrogato dai servizi di sicurezza che chiede l’anonimato. L’esercito non smentisce, dà solo altre cifre: 200 persone interrogate, 300 case perquisite a Beit Ommar. Giustifica l’operazione in nome della risposta a un attacco a dei coloni realizzato sulla strada di Gush Etzion da due uomini, tra cui un abitante di Beit Ommar, di 18 anni, studente di medicina, appartenente a una famiglia agiata. Un colono di 70 anni era stato ucciso, tre altri feriti. Dei soldati hanno sigillato la casa della famiglia dell’assalitore. Vi hanno esposto una bandiera israeliana e quella della brigata Golani al primo piano per segnare il territorio. L’edificio sarà probabilmente distrutto più tardi per punire la famiglia, come altri, ogni settimana in Cisgiordania.

Furti e degradazioni
La sera, molte città, come Beit Ommar, sono in parte spente. “La gente chiude le imposte e non esce più. È diventato pericoloso rimanere fuori quando arriva l’esercito”, lamenta Nassim Sabarna, 67 anni, sindaco fino a poco tempo fa della città di 23 000 abitanti, un rappresentante della lotta contro l’occupazione. “La loro politica è di cercare di farci paura”, egli ripete. Le parole e le minacce sono accompagnate da pallottole. Due giovani uomini sono morti a Beit Ommar il 13 novembre, colpiti da spari israeliani in prossimità di una colonia vicina. “Erano in procinto di commettere un attacco”, ha affermato l’esercito. “Avevano 15 anni” lamenta l’ex sindaco.

In Cisgiordania, l’esercito applica il vecchio principio delle punizioni collettive. Anche in questo, la scala è cambiata. In novembre, Beit Ommar è rimasto isolato parecchi giorni, l’esercito aveva bloccato i varchi di entrata e di uscita delle auto. Stessa cosa a Hebron. Come in decine e decine di città e di villaggi, in un computo impossibile da aggiornare. Le distruzioni sono a volte considerevoli. “A Tammun le strade sono state distrutte con il bulldozer e le condotte di acqua essenziali che ci alimentano in acqua potabile e agricola sono state distrutte”, ha sottolineato il governatore di Tubas, Ahmed Al Saad mentre l’esercito interveniva massicciamente a fine novembre. Un metodo consapevole: “Ogni villaggio e ogni nemico deve sapere che, se muove un attacco (…) ne pagherà il prezzo forte”, ha spiegato in settembre il generale israeliano Avi Bluth, a capo del comando centrale per la Cisgiordania, accusato per “crimine di guerra” dall’ associazione per i diritti civici in Israele (ACRI).

I mezzi di coercizione sono numerosi. Più di 800 barriere possono essere chiuse in qualsiasi momento in tutta la Cisgiordania per impedire gli spostamenti – ivi compreso per i veicoli di soccorso. L’esercito trattiene anche, spesso per mesi, le salme dei Palestinesi uccisi. “La punizione collettiva, è, per esempio, di non restituire il corpo di un ragazzino di 14 anni. Ma perché?” si commuove il sindaco di Sinjil, Moataz Tawafsha, evocando la storia di un minorenne ucciso in giugno nel corso di un pattugliamento. “Viviamo qui in una grande prigione”, riassume designando la barriera di 8 metri d’altezza eretta dagli israeliani intorno al villaggio. Una prigione nella prigione.

Numerose fonti fanno menzione di furti e degradazioni commessi dai soldati, in caso di perquisizioni, come durante le guerre in Libano o a Gaza dove numerosi militari si erano filmati. “In occasione di incursioni notturne in domicili o di perquisizioni nei posti di controllo, le forze di sicurezza israeliane confiscano denaro in contante, gioielli e oggetti di valore senza documentazione che giustifichi la confisca di quei beni”, ha menzionato l’ONG Yesh Din in un’inchiesta pubblicata in agosto. Tali pratiche esistono da due decenni, rileva l’associazione, “tuttavia negli ultimi mesi questo fenomeno si è contemporaneamente aggravato e normalizzato”. Teoricamente le pene sono severe per i soldati. In pratica le querele non hanno seguito. Su 51 procedure, in dieci anni, nemmeno una ha portato a un processo, constata l’ONG.

In tale meccanismo del terrore, i coloni hanno un ruolo chiave. Dall’inizio dell’anno 1.600 attacchi contro dei Palestinesi sono stati registrati dall’ONU, una cifra record. Più di 1.000 Palestinesi sono stati feriti, il doppio dell’anno 2024, secondo la stessa fonte. “I coloni controllano tutta la valle. Il loro capo crede di essere lo sceriffo. Prima del 7-ottobre avevano paura dell’esercito. Adesso non più”, testimonia il sindaco di Turnus Aya, Lafi Adeeb. Dal 7 ottobre i coloni si sono massicciamente armati: una parte dei 220.000 permessi di porto d’armi supplementari, attribuiti dal ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir sono andati nelle colonie, ormai protette a quel che si configura come milizie private.

Dall’alto di Silwad, sulla strada 60 che attraversa la regione dal nord al sud, il minuscolo “out post” dei coloni ebrei sembra quasi ridicolo: alcune mobil homes, poste lì dal dicembre 2024, appena una decina di persone. Ma queste installazioni illegali – anche rispetto al diritto israeliano – protette dall’esercito, sconvolgono ora la vita di migliaia di Palestinesi. “Non lasciano nessuno andare sulle nostre terre. Se ci si avvicina, si rischia la morte”, dice il sindaco Raed Hamed. Qui come altrove le paure si intrecciano, nei confronti dei militari e dei coloni, percepiti come i due volti di una stessa politica. Un bambino di 14 anni è stato ucciso a fine ottobre nel paese. Un altro minorenne, in detenzione amministrativa da sei mesi, è morto in marzo. Probabilmente per mancanza di cibo, secondo un’autopsia citata da Physicians for Human Rights. I coloni occupano nuove terre palestinesi ogni giorno. Nel 2023 erano stati messi 32 avamposti, 61 nel 2024, 68 nei nove primi mesi del 2025, secondo i conteggi dell’associazione Peace Now. “Da due anni la violenza dei coloni si estende dai più piccoli villaggi alle più grandi città”, constata Yair Dvir, portavoce di B’Tselem. La Cisgiordania viene soffocata economicamente, schiacciata militarmente. “Cancellare la resistenza è un metodo tradizionale per Israele. Oggi è diverso: vogliono ugualmente cancellare l’identità nazionale palestinese. Sognano una Cisgiordania – che chiamano Giudea-Samaria – senza Palestinesi”, riassume l’attivista palestinese Sari Orabi, egli stesso imprigionato per sette anni negli anni 2000.

In Israele, dove vivono 10 milioni di persone, tutte le famiglie o quasi conoscono una delle 1.200 vittime o uno dei 251 ostaggi del 7 ottobre In Cisgiordania dove vivono tre milioni di Palestinesi, la stessa cosa è vera per i 1.000 morti, i 10.000 feriti e i 21.000 uomini, donne e bambini che sono stati detenuti o che lo sono tuttora. “Quando c’è troppa pressione, poi viene l’esplosione”, dice Mohammad Awad, uno dei rari che osi dare il proprio nome a Beit Ommar.

In questa generale disperazione, nessuno crede più nell’Autorità palestinese, preoccupata di evitare ogni contestazione politica, rinchiusa nella cooperazione securitaria con lo Stato ebraico, sempre prossima al crollo. Al bivio di Kafr Aqab, un commerciante la pensa così di fronte alla situazione di terrore imposta da Israele: “Viviamo sotto una duplice occupazione: Israele e l’Autorità palestinese”.

Luc Bronner, Gerusalemme

L’estrema destra vuole “soffocare in nuce” ogni speranza palestinese
Bezalel Smotrich, oggi ministro delle finanze, lanciava fin dal 2017 un appello a distruggere la prospettiva di uno Stato palestinese, moltiplicando le colonie.
Smotrich ha ottenuto di avere mano libera su una parte delle competenze finora spettanti all’esercito per le colonie

Gerusalemme – corrispondente
Dal suo arrivo al potere, fine 2022, in seno alla coalizione diretta da Benjamin Netanyahu, l’estrema destra nazionalista e religiosa rende pubblica la sua agenda sulla Cisgiordania occupata, sostenuta da due ministri, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i cui portafogli ministeriali conferiscono loro dei poteri considerevoli sulla sicurezza e sulle colonie. Una politica ideata, concepita e messa in opera ben prima dell’attacco terrorista di Hamas a Gaza.

Il pensiero dell’estrema destra era stato fra l’altro espresso da Bezalel Smotrich, uno dei leader del movimento sionista religioso, in un testo scritto nel 2017, intitolato “Un piano decisivo”. L’idea è radicale: “soffocare in ‘nuce’ ogni speranza e ogni prospettiva per i Palestinesi.” L’affermazione secondo cui ‘il terrorismo nasce dalla disperazione’ è una bugia. Il terrorismo nasce dalla speranza, la speranza di indebolirci (…), la speranza di raggiungere un obiettivo: minare la società israeliana e costringerla ad accettare la creazione di uno Stato arabo entro le frontiere della terra d’Israele”, questa la sua analisi.

Se si sopprime la causa, o si fa in modo che sembri inutile, le motivazioni che alimentano il terrore sfumeranno; e con esse, se Dio vuole, il terrore stesso”, sottolineava Smotrich, le cui parole echeggiano nella situazione attuale nei territori occupati di Cisgiordania. Il leader dell’estrema destra faceva delle colonie ebraiche la colonna vertebrale del suo progetto. “La vittoria mediante la colonizzazione stamperà nella coscienza degli Arabi e del mondo intero l’idea che uno Stato arabo non verrà mai alla luce su questa terra”, indicava.

Posta in gioco politica
Formato assieme al Likud, che difende tesi simili, il governo composto a fine 2022 intorno a Benjamin Netanyahu ha assunto questa ambizione. “Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della terra d’Israele. Il governo incoraggerà e svilupperà la colonizzazione di tutte le parti della terra d’Israele”, così stipulava l’accordo di coalizione.

Smotrich ha fra l’altro ottenuto di aver mano libera su parte delle competenze fino allora di spettanza dell’esercito per le colonie, mentre Ben Gvir prendeva il controllo della polizia.

All’apparenza tecnica, la posta in gioco è profondamente politica. “Con l’arrivo al potere dell’estrema destra, si è avverato un ribaltamento. Vogliono correggere due errori maggiori ai loro occhi: gli accordi di Oslo, che facevano esistere l’Autorità palestinese, e il ritiro coatto di colonie ebraiche a Gaza e nel nord della Cisgiordania nel 2005. Perché? Perché questo permetteva ai Palestinesi di sognare a un loro Stato. L’approccio loro è di mettere fine al conflitto sopprimendo ogni speranza”, spiega Abel Badawi, vicino al leader palestinese Marwan Barghouti, che egli ha conosciuto in carcere, oggi analista politico a Ramallah.

Difatti i ministri hanno utilizzato tutte le loro risorse per tentare di rendere irreversibile la colonizzazione della Cisgiordania, che, riferendosi alla Bibbia, chiamano Giudea Samaria, moltiplicando gli annunci di costruzione di colonie, di strade e di infrastrutture per gli abitanti ebrei. “Il regime israeliano è passato da promesse retoriche a misure concrete in Cisgiordania, seguendo due vie parallele: reprimere la vita politica e nazionale palestinese, e consolidare la “sovranità” israeliana, ivi compreso all’est di Gerusalemme”, sottolinea l’ONG palestinese Badil in un’analisi pubblicata in ottobre.

La Palestina appare sempre più frammentata. Anche per questo, l’idea era esplicitamente difesa da Smotrich per indebolire un po’ di più l’ipotesi di uno Stato. “Gi Arabi di Hebron non sono come gli Arabi di Ramallah, che non sono come gli Arabi di Nablus, che non sono come gli Arabi di Gerico”, scriveva il leader di estrema destra nel 2017 per confutare l’esistenza stessa di un popolo palestinese.

Luc Bronner, Gerusalemme

Il testo è stato tradotto da Hélène Colombani Giaufret

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