La geopolitica dell’instabilità nel Sahel
25 Settembre 2021 – 20:39

Africa, 25 Settembre 2021
Il Sahel è una delle regioni più instabili del mondo. In quest’area si consuma da anni un conflitto transfrontaliero che coinvolge forze governative, gruppi di insorgenza armata, cellule terroristiche e attori internazionali. …

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Cabo Delgado o Cabo “dimenticato”? Il rebus dell’eldorado mozambicano

a cura di in data 26 Giugno 2021 – 16:46Nessun commento

Africa, 26 giugno 2021
La provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, è da tempo teatro di attacchi di matrice jihadista che portano la firma di Al-Shabaab: un gruppo estremista che deve la sua nascita alla negligenza politica del governo di Maputo che ha generato povertà, emarginazione e malcontento. Ciononostante, Cabo Delgado è considerato l’Eldorado del Mozambico, grazie ai suoi ricchi giacimenti, dei cui proventi, però, non tutta la popolazione usufruisce.
di Claudia Rampulla

La provincia di Cabo Delgado, a nord del Mozambico, è stata recentemente protagonista di attacchi terroristici di matrice jihadista, rivendicati da un locale gruppo estremista islamico – conosciuto come al-Shabaab o Ahlu Sunnah wal-Jamaa (ASWJ). Il Mozambico, tuttavia, prima ancora di essere vittima degli attacchi degli insorti jihadisti, è succube della sua demografia, del suo cattivo governo e delle sue risorse. Questi tre aspetti, insieme, hanno contribuito a creare una situazione di continuo malcontento, poi sfociato negli attacchi che hanno iniziato a manifestarsi a partire dall’ottobre 2017.

All’origine della radicalizzazione
Il declino economico, l’incapacità del governo di fornire servizi, l’aumento del livello di povertà, disoccupazione e la diffusa corruzione hanno gradualmente dato origine a una popolazione sempre più irrequieta, specialmente tra i giovani delle province e dei distretti emarginati fuori dalla capitale Maputo. L’ascesa dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado è, infatti, ricollegabile a cause multidimensionali: fattori sociali ed economici, influenza dei predicatori radicali, analfabetismo diffuso anche tra la popolazione giovane, e processo endogeno di avanzamento dell’estremismo nella provincia.
Il governo di Maputo, la cui sede è nell’estremo sud del Paese, pare non curarsi della lontana provincia di Cabo Delgado (spesso indicato come “Cabo Esquecido”, ossia dimenticato), nella quale la povertà opprimente colpisce le persone, principalmente i giovani, che non trovano né l’opportunità né i mezzi per raggiungere i loro obiettivi. La radicalizzazione, dunque, può essere vista come una conseguenza della debole capacità del governo di garantire ai cittadini i diritti sociali ed economici fondamentali e una risposta – seppur violenta – alla radicata condizione di povertà, disoccupazione e corruzione.

La “maledizione delle risorse”
Per di più, ad acuire il sentimento di abbandono e di rivalsa, vi è la gestione delle risorse naturali. Né la terra fertile e coltivabile di cui gode la provincia settentrionale, né la sua abbondanza di minerali si sono tradotti in opportunità di sviluppo e crescita per migliorare i mezzi di sussistenza delle comunità locali. Il paradosso di Cabo Delgado, infatti, risiede proprio nella vasta ricchezza della provincia: nel 2010 è stato scoperto un giacimento di gas naturale, che ha attirato investimenti e concessioni stranieri. Tuttavia, non solo la popolazione non ha beneficiato delle concessioni pagate dalle aziende straniere per il loro sfruttamento, ma, per di più, al fine di realizzare le strutture minerarie industriali e di cedere i terreni di proprietà statale a società private perché avviassero la ricerca di rubini, pietre preziose e gas naturale, il governo ha sfrattato migliaia di minatori, contadini e pescatori. La popolazione, dunque, si è ritrovata a non godere dei servizi e del sostegno del governo, a non usufruire dei proventi generati dai ricchissimi giacimenti, e, persino, a non poter fare affidamento sulla certezza di avere un’abitazione e un reddito. Questa situazione di abbandono ha rappresentato terreno fertile per la crescita degli insorti, i quali hanno fatto sempre più leva sul contrasto tra la povertà locale e le prospettive di arricchimento del Paese potenzialmente derivanti dai progetti collegati ai giacimenti di gas naturale liquefatto (GNL). I progetti relativi al GNL sono momentaneamente tre, e due di essi hanno sede proprio nella penisola di Afungi, a Cabo Delgado, zona di maggiore militanza di Al-Shabaab.

Escalation di Al-Shabaab
È in questo contesto di negligenza politica e di concreta difficoltà socioeconomica che si possono collocare le radici dell’insurrezione. Il quadro emergente indica una minaccia complessa e multistrato, che intreccia fattori strutturali locali, alla diffusione – soprattutto tra i giovani – di un’ideologia militante islamista, aggravata dalla radicalizzazione del jihadismo transnazionale, che interessa già nazioni africane quali la Somalia, il Kenya, la Tanzania e la Repubblica Democratica del Congo. L’ira degli insorti mozambicani sembra diretta principalmente contro il governo, ma la loro volontà sarebbe anche quella di imporre la legge della sharia e una distribuzione più equa del reddito proveniente dal GNL.
In Mozambico, in particolare, Ahlu Sunnah wal-Jamaa è stata fondata da leader religiosi mozambicani e tanzaniani con legami con i circoli salafiti di Tanzania, Kenya e Somalia. Ad ispirare la nascita del gruppo islamista sarebbe stato il keniota Aboud Rogo Mohammed, predicatore radicale, trasferitosi in Mozambico, dove morì nel 2012. Con la morte del mentore religioso, il gruppo islamista avrebbe iniziato a configurarsi come organizzazione terroristica, costituita da gente locale che studiava la dottrina religiosa e riceveva addestramento militare.

Sfruttando il sentimento diffuso di precarietà e di emarginazione, ASWJ riuscì a reclutare sin da subito giovani poveri o disoccupati, attratti dalla concessione di prestiti e dalla totale libertà di poter investire anche in settori illeciti, assicurandosi così un rapido tornaconto. La transizione verso la militanza vide una prima mobilitazione contro le moschee, avanzando minacce di morte nei confronti dei leader religiosi – tacciati come corrotti – e accusando la popolazione musulmana di non adempiere correttamente ai precetti coranici. Nel 2015, ASWJ iniziò a darsi un’organizzazione interna e una sede di riferimento, allestendo campi di addestramento nella provincia di Cabo Delgado e creando un consiglio decisionale, responsabile dell’elaborazione della strategia militare.
Ma fu nel 2017 che si registrò la vera e propria svolta verso la militanza aperta: l’organizzazione iniziò a prendere di mira le postazioni di polizia, uccidendo due poliziotti e prendendo il controllo della città portuale di Macímboa da Praia. Successivamente, intensificando la violenza delle sue azioni, si mosse verso alcuni villaggi della provincia di Cabo Delgado, dandoli in fiamme, uccidendone alcuni civili e costringendo altri alla fuga. Gli aggressori hanno innalzato striscioni dichiarando fedeltà all’Isis e sottolineando che il loro obiettivo mirava a integrare Cabo Delgado, a maggioranza musulmana, nella provincia dell’Africa centrale dell’ISIS (ISCAP), della cui esistenza avrebbe dato notizia lo stesso Stato Islamico nell’aprile 2019. Nel biennio 2018-2019, ASWJ ha svolto operazioni intermittenti e ad alta intensità di violenza, che hanno registrato numerosi morti e migliaia di sfollati.
Gli attacchi sono aumentati nel 2020 e sono diventati più audaci: ad agosto la città di Macímboa da Praia è stata nuovamente assediata e ha ospitato continui scontri tra gli insorti e le truppe governative. Anche la modalità degli attacchi è diventata più cruenta e simile alle tattiche utilizzate dall’Isis, tanto che Al-Shabaab avrebbe persino decapitato cinquanta abitanti di un villaggio a Muidumbe (episodio smentito da Maputo). Tra gennaio e novembre 2020, il gruppo è stato responsabile di oltre 400 incidenti violenti, che hanno causato la morte di oltre 1.300 persone.

Un villaggio colpito dalle violenze jihadiste nel nord del Monzambico (M. Longari/Afp

Infine, tra gli ultimi episodi di violenza perpetrati ai danni del Paese, vi è l’assalto alla città di Palma, registratosi lo scorso marzo. Dal 24 al 30 marzo, infatti, il gruppo terrorista ha preso d’attacco nuovamente una città della provincia settentrionale di Cabo Delgado, particolarmente strategica in quanto situata in prossimità del giacimento di GNL gestito dal colosso energetico francese Total. La Total, che sta gestendo il più grande progetto del continente africano nel campo degli idrocarburi, subito dopo aver annunciato la ripresa dei lavori sul sito, è stata costretta a sospenderli nuovamente, ritirando tutto il personale dal progetto e dichiarando uno stato di forza maggiore causato da problemi di sicurezza.

La risposta di Maputo
Dal canto suo, il governo mozambicano non pare essere all’altezza della situazione, mancando sia di risorse adeguate sia delle capacità di contenere l’attività militante e proteggere i civili.
La risposta di Maputo sin dai primi episodi violenti è stata per lo più militare: le forze armate hanno sin da subito fatto ricorso a misure repressive, quali arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, violenza indiscriminata e chiusura di moschee. La repressione, però, ha sortito l’effetto opposto, acuendo ancor più l’astio nei confronti del partito al potere sin dal 1975 – il Frelimo, e spingendo i giovani alla radicalizzazione.
D’altra parte, conscio delle proprie debolezze, il governo, al fine di aumentare le misure di sicurezza, ha ingaggiato truppe mercenarie – dapprima il Wagner Group russo (ripartito nel 2019 dopo aver accusato alcune perdite) e poi il Dyck Advisory Group (DAG) sudafricano – chiedendo di fornire aiuto paramilitare, compreso il supporto aereo. Il DAG sta addestrando le forze locali, e anche gli USA e la Comunità di Sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) si sono offerte di sostenere Maputo nel conflitto. Il governo ha mostrato riluttanza, ma dopo l’attacco dello scorso marzo a Palma, l’Unione Africana (UA) ha chiesto “un’azione urgente” perché trattasi di una seria minaccia per la pace e la stabilità regionali.

(Claudia RampullaAmistades)

FONTI:
Gli jihadisti africani fanno del Mozambico il loro nuovo terreno di conquista: https://it.insideover.com/terrorismo/gli-jihadisti-africani-fanno-del-mozambico-il-loro-nuovo-terreno-di-conquista.html
Il jihadismo si espande in Africa, dove lo stato è assente: https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/12/02/jihad-africa-stato
In Mozambico i ribelli sfidano lo Stato, i mercenari e la Total: https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/03/30/mozambico-nord-jihadisti-total
Mozambico, l’Eldorado africano sotto la minaccia del jihadismo: https://www.opinione.it/esteri/2021/04/06/fabio-marco-fabbri_mozambico-eldorado-minaccia-jihadismo-gossip-calcio-coronavirus-sahel/
Mozambique: a nation in crisis: https://newafricanmagazine.com/26089/
Perché la crisi del Nord Mozambico dovrebbe riguardarci: https://www.africarivista.it/lassedio-di-palma-un-problema-globale/183312/
The Evolution and Escalation of the Islamic State Threat to Mozambique: https://www.fpri.org/article/2021/04/the-evolution-and-escalation-of-the-islamic-state-threat-to-mozambique/
What lies behind Mozambique’s deadly insurgency?: https://newafricanmagazine.com/26086/

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