Il cacao invade le foreste protette ghanesi e ivoriane
7 Giugno 2023 – 21:47

Africa, 7 giugno 2023
La coltivazione del cacao è direttamente collegata alla perdita di 386.000 ettari di foreste situate in aree protette in Costa d’Avorio e Ghana tra il 2000 e il 2020. A sostenerlo, un …

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Il “buco nero” del Sahel

a cura di in data 31 Marzo 2023 – 20:48Nessun commento

 

Critica sociale, 31 marzo 2023
di Giorgio Pagano

In Italia c’è un grande vuoto di conoscenza, di interesse, di attenzione verso l’Africa, o meglio verso le «molte Afriche». Il continente è lacerato da grandi e complesse differenze. Il nostro approccio è invece superficiale e distorto: molti vedono come una cosa sola quella che invece è una terra immensa, con 54 Stati diversi e 1.200.000 persone che parlano circa 2.000 lingue. In un testo del 2016 scrissi che «forse è il caso di parlare di “molte Afriche”», motivandolo così: «Perché non funziona il discorso “piagnone”, secondo cui l’Africa è solo arretratezza, ma nemmeno quello “falsamente ottimista”, che vede solo crescita dappertutto. Semmai si deve parlare di un quadro contraddittorio, con tanti progressi e con tante criticità. La crescita economica, dove c’è stata, è stata favorita dall’espansione della classe media e dal conseguente sviluppo del mercato interno, ma anche e soprattutto dal petrolio, ed è quindi fortemente vulnerabile. Senza contare che il petrolio a volte è una “maledizione”, non solo perché comporta problemi ambientali, ma anche sovranità limitata, neocolonialismo, distribuzione diseguale della ricchezza e corruzione. C’è stata anche una crescita della democrazia, ma le aree di crisi non mancano. E la diseguaglianza economica e sociale resta opprimente: il che rappresenta un ostacolo al rafforzamento della democrazia ma anche al rafforzamento della stessa crescita economica».
A oltre sei anni di distanza manterrei il giudizio, ma con molte preoccupazioni in più. Inquieta il moltiplicarsi dei colpi di stato militari. Oltre mezzo secolo dopo la decolonizzazione la maggior parte degli Stati africani non ha ancora democrazie efficienti, per una molteplicità di ragioni: jihadismo, secessionismi, tensioni tra comunità ed etnie, corruzione, criminalità, povertà. Per l’incapacità delle élites, sempre più ricche e distanti dalla popolazione, e per le nuove forme di colonialismo. Il Democracy Index 2020 è impietoso con l’Africa, ma anche l’analisi dell’andamento economico delle diverse aree africane è allarmante: ci fa capire quanto il continente sia eterogeneo, con aree in crescita — nonostante la pandemia e il fatto che le misure per contrastarla abbiano lasciato i più vulnerabili in difficoltà — ma anche con veri e propri “buchi neri”. Un continente molto sfaccettato: ha una società civile vitale che manca però di interpreti politici e quindi è spesso rassegnata, è impoverito ma ricco, è espropriato ma in via di sviluppo. Va compreso, ha bisogno di una «nuova narrazione decolonizzata».
È un’Africa in cui esce l’Europa ed entrano nuovi attori: non solo l’ onnipresente Cina, ma anche la Russia, presente nel Sahel anche con i battaglioni mercenari Wagner; la Turchia, che ha truppe, armi, imprese, serie tv e cultura di massa; il Qatar alleato con la Turchia; i concorrenti Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
La storia del Sahel è la storia di un “buco nero” dell’Africa e di un fallimento (del fallimento?) dell’Europa. Come ha scritto Luca Attanasio sul quotidiano “Il Domani”: «L’Africa si sta progressivamente deuropizzando ma il fenomeno non fa rima con decolonizzazione. Piuttosto sottolinea un crescente sganciamento per mancanza di strategia, errori di valutazione o per approcci vetusti, ancora legati a dinamiche di stampo colonialista. L’area in cui il downsizing europeo è più evidente è il Sahel. La fascia che taglia in due l’Africa e va dritta dal Senegal all’Eritrea vive in una instabilità endemica in gran parte dovuta alla penetrazione capillare di gruppi jihadisti. È qui che si è concentrata una significativa presenza europea che, sotto il vessillo della war on terror, ha progressivamente dispiegato forze militari in varie aree e accumulato fallimenti. Il caso forse più simbolico dell’uscita di scena europea è senza dubbio il Mali».
Oggi il Sahel sta vivendo una situazione estremamente critica non solo dal punto di vista della sicurezza ma anche e soprattutto dal punto di vista umanitario. Siccità e precipitazioni estreme sono all’origine della crisi alimentare, ma anche la guerra in Ucraina ha influenzato le dinamiche nella regione, provocando una scarsità di risorse per quanto riguarda olio, grano, fertilizzanti. Secondo i dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), circa 18 milioni di persone nel Sahel stanno affrontando una grave insicurezza alimentare, la più drammatica crisi umanitaria dal 2014. Per farvi fronte l’ONU ha sbloccato 30 milioni di dollari dal Fondo Centrale di risposta alle emergenze (CERE) per Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger. Una prima risposta all’emergenza per evitare un disastro, ma certamente non «la» risposta. La bomba ad orologeria del Sahel potrebbe esplodere.

Il grande gioco del Sahel
La situazione è molto grave per il mix a cui ho accennato: l’area è al contempo del tutto insicura e politicamente instabile e vulnerabile dal punto di vista climatico e ambientale. Lo spiega bene il libro Il grande gioco del Sahel, dell’antropologo Marco Aime e del giornalista Andrea de Georgio: «Potremmo dire che esiste più di un Sahel: quello climatico-ambientale; quello storico, legato ai grandi regni dell’oro e alla religione islamica; quello culturale, caratterizzato dall’incontro tra la cultura araba e la cultura locale e oggi quello bellico-strategico, in cui si gioca una grande partita tra il terrorismo jihadista, gli Stati saheliani, le potenze straniere e la popolazione locale».
Il richiamo al Sahel storico, propaggine meridionale dell’islamismo in epoca medievale, mosaico etnico-culturale in dialogo con il mondo mediterraneo, il Medio Oriente e l’Asia centrale, fa quasi pensare — nel confronto con l’oggi — a un “Eldorado perduto”. Ripiombato nel silenzio quando le navigazioni resero marginali le piste del deserto come vie dello scambio, il Sahel fu poi colonizzato dai francesi. Ma l’agricoltura intensiva scardinò gli equilibri locali e impoverì un suolo già di per sé fragile. La siccità provocata anche dal cambiamento climatico sta facendo avanzare il Sahara, mentre il lago Ciad si sta riducendo a una palude infestata. Ultimamente preoccupa anche il fenomeno dei temporali estremi e delle devastanti inondazioni. Il tutto va a scapito di contadini, allevatori nomadi, pescatori, ed è causa di conflitti tra loro. Non meraviglia che nella classifica mondiale di 189 Paesi, redatta sulla base dell’Isu (Indice di sviluppo umano) adottato dalle Nazioni Unite, i Paesi saheliani siano così classificati: Mauritania 157°, Nigeria 161°, Senegal 168°, Sudan 170°, Mali 175°, Eritrea 180°, Burkina Faso 182°, Sud Sudan 185°, Ciad 187°, Niger 189°.
È in questo contesto di progressivo deterioramento degli ecosistemi e di impoverimento che si determinano pressioni sociali sulle risorse disponibili e scontri sociali, etnici o clanici, in cui si insinuano le organizzazioni terroristiche jihadiste, dal lago Ciad al delta del Niger. La ribellione dei pastori nomadi Tuareg dei primi anni Novanta in Mali è un esempio paradigmatico di un conflitto di questo tipo, e del ruolo dell’Islam — nella sua versione salafita — come ideologia che fa leva sul risentimento di tante popolazioni povere. L’analista Camillo Casola, autore di Sahel. Conflitti, migrazioni e instabilità a sud del Sahara, chiama questo processo «africanizzazione del jihadismo saheliano», uno jihadismo capace, in Mali, di dar vita a un complesso sistema di assistenzialismo, una sorta di welfare jihadista, e comunque di strumentalizzare la collera perché, come si sottolinea nel volume di Aime e de Georgio, «è della disperazione, soprattutto dei più giovani — una generazione immensa, generalmente istruita che però fa i conti con una disoccupazione dilagante — che si ciba il neojihadismo saheliano».
Mentre in chiave antijihadista si muovono, piuttosto che Stati debolissimi e incapaci di stabilire l’ordine e proteggere la popolazione, le milizie di ex militari e di cittadini arruolati su base etnica, segretamente foraggiate dagli Stati e guidate da nuovi, sempre più potenti, signori della guerra. Traffici di ogni tipo e contrabbando, droga e violenza dilagano. Il quadro è drammatico, rilevano Aime e de Georgio: «Eserciti di ragazzini appena diciottenni sottopagati, mal equipaggiati e minimamente addestrati, mandati al macello contro altri giovani aspiranti martiri decisamente meglio preparati, indottrinati, armati, spesso anche dopati (chetamina, benzodiazepine, Captagon ecc.). Carne da macello che in tutto il Sahel viene quotidianamente sacrificata sull’altare degli stratificati interessi economici e geopolitici nascosti dietro le ugualmente fallaci insegne del “jihadismo globale” e della “lotta al terrorismo”».
Il nuovo Stato islamico è dunque in Africa. Sono passati pochi anni dalla caduta del califfato dello Stato Islamico in Siria e Iraq e l’Isis viene dato per definitivamente «sconfitto», ma Jihad Analytics, una società che monitora il jihad globale, afferma che le sue filiali africane — Stato Islamico del Gran Sahara (Eigs) nel Sahel, Stato Islamico dell’Africa Occidentale (Iswap) nel Lago Ciad, Stato Islamico dell’Africa Centrale (Iscap) nella Repubblica democratica del Congo e in Mozambico — promuovono un radicalismo con un numero sempre maggiore di adepti, le cui motivazioni non sono necessariamente religiose. Tutto nacque dalla guerra civile algerina degli anni Novanta: i ribelli si trasferirono nelle aree desertiche. Poi la guerra di Libia del 2011 provocò un altro flusso di armi e di combattenti verso sud. Da allora, approfittando dei conflitti e dei vuoti di potere che caratterizzano la regione, è stato tutto un crescendo, fino al tentativo, che pare in corso, di creare un unico network africano-arabo. Si punta cioè a superare i contrasti sorti in questi anni tra le varie fazioni. Il jihad si africanizza, adattandosi alle regioni in cui si muove, e nello stesso tempo si globalizza.

L’eredità del colonialismo
La crisi del Sahel è anche crisi dell’impero coloniale francese e dei suoi eredi. La Francia intervenne in Mali contro i gruppi terroristi nel 2013 con l’operazione Serval. Nel 2014 venne lanciata l’operazione Barkhane, estesa a Burkina Faso, Niger e Ciad: il dispiegamento più grande della Francia all’estero. Nel 2020 è stata creata una nuova forza europea a completare Barkhane: la Task Force Takuba, che riunisce forze speciali di diversi Paesi europei, tra cui il nostro.
Le operazioni francesi nel Sahel hanno causato la morte di centinaia di soldati francesi e di civili senza minimamente risolvere i problemi, anzi. L’anno scorso Emmanuel Macron ne ha preso atto, annunciando l’addio a Barkhane. Alla radice della sua scelta c’era una preoccupazione di fondo: non voler cadere nella stessa trappola dell’Afghanistan, non voler finanziare una guerra senza fine, con più perdite che guadagni. Anche perché, in tutti questi anni, era cresciuta l’opposizione delle popolazioni locali alla presenza dei militari della Francia, in Mali come in Burkina Faso. Macron vuole mettersi alle spalle una politica della Francia in Africa troppo legata ai vecchi riflessi neocoloniali ed evitare nel contempo un declassamento strategico. Non rinuncia al più ampio coinvolgimento francese, ma a favore di una coalizione internazionale, europea in primo luogo. Ma sia la Francia che la comunità internazionale sono in un’impasse: la soluzione non si è trovata. È in questo varco che si è inserita la Russia.
In Mali c’è stato un colpo di stato nell’estate 2020. Mosca ha offerto il suo supporto al nuovo governo per stabilizzare l’area: i suoi obbiettivi sono l’accesso alle risorse naturali della regione e l’espansione del suo mercato delle armi. Per ora, anche grazie ai mercenari della Wagner, ha un ruolo decisivo nel Paese. In realtà Parigi non ha lasciato alcuna altra opzione al Mali. Un pezzo di impero francese è dunque caduto nelle mani della Russia. Ma non è il solo. Anche in Burkina Faso c’è sta to un colpo di stato, nel settembre 2022 (il secondo nell’anno). In questo Paese, dal 2015 vittima di una progressiva penetrazione di milizie jihadiste, la popolazione è stremata. Non meraviglia che i militari golpisti siano stati festeggiati con le bandiere russe.
È crollato il modello che teneva insieme neocolonialismo francese ed ex élites coloniali, la cui incapacità di governo ha favorito il sorgere dei gruppi jihadisti. Il segreto della loro longevità risiede innanzitutto in questa incapacità. Pensiamo al Mali: lo Stato semplicemente non è presente in ampie aree del Paese, ha delegato alle forze armate internazionali il ruolo istituzionale. Come non capire il risentimento delle popolazioni locali? Il dramma è che, prive di altri punti di riferimento, abbiano scelto l’ideologia salafita, «velo “pop” per coprire appetiti egemonici, economici e geopolitici, nient’altro che uno strumento di presa sulle masse disorientate di una modernità troppo feroce e repentina».
Ora il Niger appare come il nuovo partner privilegiato e strategico della Francia. In realtà l’unico alleato possibile. Ma anche il Niger è sotto attacco dei jihadisti, e anche in Niger avanza il sentimento antifrancese. Una delle novità degli ultimi mesi è che i jihadisti si stanno espandendo verso gli Stati costieri dell’Africa Occidentale: Benin, Costa d’Avorio, Ghana e Togo. Sono in atto operazioni militari congiunte con Niger e Burkina Faso per riprendere il controllo effettivo delle zone transfrontaliere. L’impegno europeo potrebbe quindi spostarsi più a sud.
L’altra novità è che in Burkina Faso è in corso un tentativo di dialogo diretto delle comunità locali con i jihadisti. Altri Stati saheliani stanno pensando a percorsi simili. Il 61° vertice straordinario della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) tenutosi nello scorso novembre ad Accra, in Ghana, ha confermato che nessun attore è in grado di favorire la stabilizzazione regionale in maniera unilaterale. Dopo l’addio della Francia e l’impasse della comunità internazionale c’è chi pensa che non resti che la gestione locale dei conflitti. Ma le iniziative locali sono sempre miseramente naufragate.

Le responsabilità europee
Nemmeno servirà l’intervento della Wagner. Né ogni altro intervento militare. La vera questione è adottare metodi che differenzino tra i terroristi jihadisti e i civili che li ospitano e che li considerano figure politiche e sociali di riferimento. Non potrà certo essere la Wagner a farlo. L’intervento puramente militare, semmai, non potrà che aumentare l’identificazione. Non stabilizzerà affatto.
L’insicurezza del Sahel è il sintomo di problematiche molto più profonde, per le quali non funziona il ricorso allo strumento solamente militare: questa è la strada che conduce agli stessi errori commessi in Afghanistan. Il terrorismo non si sconfigge con i droni ma con una visione di lungo termine tesa a una ricostruzione politica, sociale ed economica che ha tempi, costi, modalità molto più complessi e che richiede una unità internazionale molto difficile da raggiungere oggi. Quanto meno occorre una politica europea: una strategia politica euro-africana. La gestione locale, pur necessaria, da sola non può farcela. Anche perché bisogna difendere la popolazione civile pure dalle violazioni dei diritti umani perpetrate a suo danno dalle diverse milizie governative, che hanno finora incoraggiato l’adesione popolare alla narrazione dell’estremismo jihadista.
Dobbiamo riflettere, a partire dal riconoscimento che il fallimento della politica francese in Africa coinvolge tutti gli europei e tutti gli occidentali. Come ha scritto Mario Giro su Il Domani: «Si tratta della cartina di tornasole del fallimento delle politiche di aiuto allo sviluppo e soprattutto dell’aggressività di quelle migratorie messe in atto dall’Europa e anche dal nostro Paese nell’ultimo decennio. Ciò che fa infuriare molti giovani africani è l’indurimento complessivo dell’Europa nei loro confronti: ormai non è quasi più possibile ottenere un visto, non si può venire a curarsi, per non parlare dei visti di lavoro. Per i giovani africani l’unica Europa possibile è quella del deserto, dei barconi e alla fine del lavoro clandestino, schiavo e al nero. Cresce il rancore di giovani che hanno studiato (più dei loro genitori) sui libri di scuola europei ma che vengono quotidianamente umiliati davanti alle ambasciate europee (mentre per andare a Pechino non ci vuole visto). Sono ragazze e ragazzi a cui è negato il diritto di sperare in una situazione migliore e che sono costretti a sbrigarsela illegalmente e da soli. Il fatto di costringerli a tale solitudine o ad affidarsi a mani ostili come quelle dei moderni trafficanti di schiavi libici, fa aumentare l’astio nei nostri confronti. Ma c’è di più: i giovani africani non sopportano che l’Europa sostenga regimi autoritari e corrotti continuando a foraggiarli. La Francia ha certamente le sue responsabilità in questo ma anche tutta l’Ue, visto che rappresenta il più grande donatore mondiale in Africa. Per i giovani africani non è più accettabile che tutti gli aiuti passino attraverso i loro governi: cioè che vengano sistematicamente dirottati ad altri fini. Inutili le sofisticazioni del politically correct come la ownership: finché i denari transiteranno per mani corrotte non ci sarà niente da fare».
La vera questione che ci coinvolge è questa: non ci siamo dotati di una politica europea comune in sostituzione di quella delle ex potenze coloniali. Un partenariato strategico paritario e reciproco, che si affranchi dal rapporto donatore-beneficiario, occidentale buono-buon selvaggio. La pandemia poteva essere un’occasione: ma non siamo stati generosi con i vaccini. Anche le migrazioni potevano — possono ancora — essere un’occasione: ma siamo andati in Niger a creare la frontiera meridionale della caserma Europa. La tomba, in entrambi i casi, della cooperazione internazionale. Eppure una nuova relazione tra Africa ed Europa conviene a loro ma soprattutto a noi. L’Africa è giovane, è vitale, è il nostro sud così come noi siamo il loro nord: il futuro non può che essere comune.

Giorgio Pagano

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