La fame di cemento delle città africane
6 Giugno 2021 – 21:52

Africa, 6 giugno 2021
Il cemento, materiale resistente, che non richiede particolare manutenzione, sta modellando e cambiando il volto delle città africane. Dietro le distese di blocchi grigi, la cui produzione risulta fra le sorgenti di …

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La Turchia punta sull’Africa: una sfida di Erdogan all’Occidente?

a cura di in data 5 Giugno 2021 – 21:52Nessun commento

Africa, 5 giugno 2021
La Turchia è ben consapevole del potenziale geopolitico del continente africano. I crescenti rapporti commerciali con l’Africa sub-sahariana, la forte presenza diplomatica in Africa centrale e l’impegno militare in Libia e Somalia permette ad Ankara di espandere la sua influenza al di là dei confini storici dell’Impero Ottomano e di sostituirsi alle potenze tradizionali presenti nell’area.
di Nicki Anastasio

Storicamente la Turchia ha intrattenuto forti relazioni con il continente africano. L’Impero Ottomano aveva le sue provincie in Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Sudan, Eritrea, Somalia e intratteneva rapporti commerciali con Niger e Ciad. Con la caduta del Califfato nel primo dopoguerra, in seguito alla spartizione del Medio Oriente e Nord Africa da parte delle potenze vincitrici del conflitto, Francia e Inghilterra, la Turchia perde i suoi territori africani. A seguito della Seconda guerra mondiale, in accordo all’ideologia di Kemal Ataturk (il padre dei Turchi), Ankara si avvicina alle potenze occidentali, diventa un paese membro della NATO e la sua politica estera non sembra avere grandi ambizioni.
Nel 1998 il governo turco emana un documento intitolato ‘’Opening up to Africa policy’’, poco dopo il rifiuto dell’Unione europea di ammettere la Turchia come stato membro dell’organizzazione, che inaugura una nuova fase della politica estera turca, tutta rivolta al continente africano. Tra le misure previste: l’invio di diplomatici nei paesi africani, l’offerta di assistenza tecnica e umanitaria, l’attuazione di un piano d’azione economico al livello regionale con l’aiuto delle maggiori organizzazioni internazionale. Tuttavia, i disordini interni impediscono ad Ankara di realizzare i suoi sogni africani.
È a partire del 2002, con la salita al potere del partito Giustizia e Sviluppo (AKP) e l’ascesa politica di Recep Tayyip Erdogan, attuale presidente della Turchia, che Ankara intraprende misure concrete per imporsi in Africa. La volontà delle élite politiche ed economiche è di instaurare relazioni con i paesi vicini al fine di svincolare la dipendenza della Turchia dai partner occidentali. Nel 2005 la Turchia annuncia “l’anno dell’Africa” ed Erdogan, all’epoca primo ministro, si reca in Etiopia e Sud Africa. Tre anni dopo Ankara, già osservatore dell’Unione africana (UA), diventa un partner strategico della stessa. Questo nuovo status apre la strada alla firma di numerosi accordi bilaterali in ambito economico, culturale e securitario con i paesi del continente africano.
Un punto di svolta nelle relazioni turco-africane si ha nel momento in cui scoppiano le Primavere arabe in Medio Oriente e Nord Africa. Il partito di Erdogan si pone come difensore delle forze islamiste presenti nella regione, promotrici del cambiamento nei regimi pluridecennali regimi dittatoriali arabi. In questo periodo Ankara offre aiuti logicistici-militari ai gruppi insurrezionali costruendo l’immagine della Turchia come difensore delle comunità islamiche del mondo. Negli anni a seguire gli interessi di Ankara si spostano maggiormente verso l’Africa sub-sahariana, complice il fallimento della guerra civile siriana e la controrivoluzione avvenuta in Egitto, senza comunque dimenticare il Nord Africa e soprattutto la Libia.

La strategia turca in Africa
Nella politica estera turca il Nord Africa è considerato come un’area fortemente strategica dal punto di vita commerciale – è un mercato enorme con circa 200 milioni di consumatori – ma anche per la sua posizione geografica, in quanto porta d’accesso all’Africa sub-sahariana.
Ankara è intenzionata ad aumentare il volume degli scambi con l’Africa, che oggi sono pari a 26 miliardi di dollari, fino ad arrivare a 50 miliardi. Il volume dei progetti intrapresi dalle società appaltatrici turche è cresciuto rapidamente negli ultimi anni e ha raggiunto i 19,5 miliardi di dollari nei paesi dell’Africa subsahariana e i 71,1 miliardi di dollari nel continente africano. La Turchia attribuisce grande importanza all’apertura di missioni diplomatiche nel continente africano. Se nel 2003 il numero delle ambasciate era 12, questo è aumentato a 42 nel 2019 il che significa che Ankara ha un’interazione diretta con il 90% del continente.
A luglio dello scorso anno il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu partecipa all’inaugurazione ufficiale della prima ambasciata turca a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. In tale occasione egli dichiara: “Abbiamo visitato altri due paesi dell’Africa occidentale prima di arrivare a Malabo. Prima il Togo, poi il Niger e in totale abbiamo firmato un totale di nove accordi […] i quali sono un’indicazione del nostro desiderio di migliorare le relazioni con l’Unione africana a tutti i livelli’’.
Ankara ha donato milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture in Africa negli ultimi anni. Ad esempio, tra il 2009 e il 2019 ha fornito 2,5 miliardi di dollari ai paesi dell’area – l’1,15% del reddito nazionale lordo – che sono stati utilizzati per realizzare progetti nell’ambito dello sviluppo. La Turchia è presente nel continente attraverso ONG ed altre organizzazioni – tra cui TIKA, la Fondazione Maarif e l’Istituto Yunus Emre – e il suo impegno umanitario sembra non essere destinato a diminuire in futuro, come emerge dall’intervento del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu in occasione della quinta Conferenza delle Nazioni sui paesi in via di sviluppo (LDC5): “Dieci anni fa, con il Programma d’azione di Istanbul, abbiamo presentato una visione ambiziosa per i paesi meno sviluppati e da questi paesi hanno compiuto progressi nel portare le persone fuori dalla povertà’’.
Oltre alla sua crescente presenza economica e diplomatica, Ankara è anche impegnata militarmente in Africa. In Somalia si trova dal 2017 la più grande base militare oltremare turca, il campo TURKSOM. Ben 400 ettari di terreno dedicati all’addestramento dei soldati somali da parte delle forze turche. Le truppe somale seguono gli stessi rituali cerimoniali delle forze armate di Ankara, in particolare il canto dell’inno tradizionale dell’Accademia militare turca e la commemorazione delle truppe cadute nella campagna dell’Impero ottomano di Gallipoli contro la Gran Bretagna. Nel 2019 l’esercito somalo ha incassato significative vittorie contro l’organizzazione terroristica al-Shabaab riuscendo nella riconquista dei territori presenti al di fuori di Mogadiscio. La Somalia è un importante snodo geopolitico tra il Golfo arabo e l’Africa continentale dotato di ingenti risorse naturali e snodi di commercio, tra cui il Bab al-Mandeb lungo il Mar Rosso e il Golfo di Aden. La presenza militare turca in Somalia è stata occasione per aprire le porte ad aziende turche nel paese, le quali oggi gestiscono l’aeroporto internazionale di Mogadiscio e il porto di Mogadiscio.

Campo militare turco TURKSOM, Somalia


Nel novembre 2019 il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, in quel momento al comando del primo ministro Fayez al-Sarraj, stipula due memorandum d’intesa con Ankara, uno dei quali riguardante la cooperazione militare. Ciò ha progressivamente permesso ad Ankara di diventare una presenza fissa sul territorio libico nonché un attore chiave nella risoluzione del conflitto scoppiato a seguito della Primavera araba. A seguito del cessate-il-fuoco della scorsa estate tra le due fazioni rivali – il governo di Tripoli e le forze di Khalifa Haftar – , alla Turchia è stata concessa come base militare il porto della città di Misurata . Il supporto di Ankara al governo di Tripoli è stato fondamentale per frenare l’avanzata del generale Haftar verso ovest. La Turchia ha fatto ricorso a mercenari ed ex-jihadisti siriani e nord-africani per difendere le forze di Tripoli nello scorso anno. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, nell’ultimo anno migliaia di siriani al di sotto dei trent’anni sono stati reclutati da Erdogan per combattere in Libia con la promessa di remunerazioni o altri incentivi. Le offerte hanno previsto stipendi di $ 2.000 al mese, un anticipo di $ 500 per le famiglie rimaste in Siria e la promessa di migliaia di dollari in indennità in caso di morte.
Infine, il fattore religioso rappresenta una delle direttrici attorno a cui si snoda la politica estera turca nel continente africano. Negli ultimi anni Ankara ha aperto circa cento moschee e istituzioni educative in gran parte il continente africano – Gibuti, Ghana, Burkina Faso, Mali e Ciad – oltre ad essere stata coinvolta nella ristrutturazione delle moschee in Sud Africa e nella costruzione della Moschea Nizamiye, la più grande dell’emisfero meridionale, ed aver contribuito alla ristrutturazione della moschea che si trova a Mogadiscio, la grande moschea presente nel Corno d’Africa. A novembre di quest’anno infine è stata inaugurata la moschea di Gibuti, la Moschea Abdulhamid II.

Lo scontro geopolitico con l’Occidente
Dal 2015 ad oggi il presidente turco Erdogan ha incontrato i capi di stato di Somalia, Etiopia, Jibuti, Uganda, Kenya, Algeria, Mauritania, Senegal, Mali e Libia. Nella recente visita al presidente senegalese Macky Sall, Erdogan dichiara: “Vediamo il popolo africano come nostri fratelli, con i quali condividiamo un destino comune. Affrontiamo il loro dolore non con obiettivi politici, strategici e basati sugli interessi, ma completamente umanamente e coscienziosamente “. Tali parole danno un’immagine della retorica su cui fa leva la Turchia per legittimare la sua presenza nel continente africano: il richiamo a un passato comune che unisce le due popolazioni; la messa in atto di strategia win-to-win ossia vantaggiose per entrambi; il ricorso a un atteggiamento umanitario per prendere le distanze dalle politiche coloniali utilizzate dagli Europei per sfruttare le ricchezze del continente.

Attraverso il ricorso a strumenti di soft power – implementazioni di progetti di sviluppo, l’apertura di ambasciate, la costruzione di moschee – la Turchia si pone come ‘’fratello’’ e del continente africano, rivendicando i legami storici esistenti tra l’Impero Ottomano e i paesi dell’area, e si presenta come benefattore. Allo stesso tempo Ankara fa uso di queste strategie per ottenere benefici economici e marcare la sua presenza militare sul terreno. Il che mette a rischio gli interessi delle potenze occidentali tradizionali tra cui Francia, Italia, Germania e Stati Uniti.
Oggi ci sono diversi attriti tra la Turchia e i suoi alleati occidentali della NATO: l’acquisizione di sistemi di difesa russi S-400 da parte di Ankara, la partita energetica nel Mediterraneo orientale (in particolare le recenti tensioni con la Francia) e la crisi libica. D’altra parte, la Turchia si mostra sempre più capace di costruire relazioni forti con paesi vicini e lontani, dal Nord Africa all’Africa sub-sahariana, sfruttando non solo il disengagement (disimpegno) occidentale – evidente nel caso del ritiro delle truppe statunitensi dalla Somalia – ma anche l’assenza di una posizione unica e condivisa dell’Europa nei confronti del continente africano. Sembra, infatti, che solo la Francia non abbia perso i sogni di gloria nel continente come evince dalla sua lotta al terrorismo nel Sahe).
Tutto ciò permette ad Ankara non solo di espandere la sua influenza al di là delle provincie meridionali dell’Impero Ottomano ma anche di rivendicare la sua autonomia nel sistema internazionale minacciando l’egemonia delle potenze tradizionali in Africa. D’altra parte, restano i conflitti di interesse con gli altri attori regionali – Egitto, Emirati Arabi Uniti – nonché internazionali – in primis la Francia. Con l’aiuto di Cina e Russia, anch’essi presenti militarmente ed economicamente nel continente, sarà più facile per Ankara avere la meglio e per l’attuale presidente continuare a porre la Turchia come paese fratello e benefattore delle popolazioni africane.

(Nicki AnastasioAmistades)

Bibliografia e sitografia

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