Il volto nascosto della schiavitù
23 Ottobre 2022 – 00:21

Africa, 23 ottobre 2022
In Mauritania decine di migliaia di neri vivono in condizioni di totale asservimento. In Mauritania la schiavitù è formalmente vietata dal 1981, ma solo sulla carta. Ancora oggi gli Haratin – cittadini …

Leggi articolo intero »
Home » Africa

Le missioni di peacekeeping in Africa e il caso della Rd Congo

a cura di in data 17 Settembre 2022 – 22:33Nessun commento

 

Africa, 17 settembre 2022

Le missioni di peacekeeping, o mantenimento della pace, sono disposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) con l’obiettivo di aiutare i Paesi colpiti da conflitti a creare le condizioni per una pacificazione stabile e duratura. Sono rese possibili grazie al lavoro dei peacekeeper, più comunemente conosciuti come “caschi blu”, ovvero soldati e ufficiali di polizia messi a disposizione dagli Stati membri dell’ONU e personale civile ad hoc. Attualmente l’Africa è sede di sei delle dodici missioni delle Nazioni Unite, ma non sempre le cose sono andate come la popolazione avrebbe voluto. Emblematico il caso della Repubblica Democratica del Congo.

di Carol SimonettiCentro studi AMIStaDeS

Le operazioni di peacekeeping risultano essere uno degli strumenti più efficaci nell’aiutare i Paesi a percorrere il difficile percorso transitorio dal conflitto alla pace. Infatti, sono attualmente chiamate non solo a mantenere la pace e la sicurezza, ma anche a facilitare i processi politici, costituzionali ed elettorali, a proteggere i civili e ad assistere al disarmo e al reinserimento degli ex combattenti. Il successo delle missioni non è mai garantito poiché le operazioni si svolgono negli ambienti più fisicamente e politicamente difficili. Il continente è stato teatro del maggior numero di missioni dispiegate, non sempre però le cose sono andate come la popolazione auspicava, come nel caso della Repubblica Democratica del Congo.

Peacekeeping in Africa: sfide e criticità
Dall’inizio degli anni ‘90, le operazioni di peacekeeping sono state in gran parte rivolte all’Africa, che vedeva il personale provenire dalle più svariate parti del mondo. Con l’arrivo del nuovo millennio, le maggiori potenze hanno deciso di investire nella costruzione di capacità in loco, per far sì che il continente si assumesse maggiori responsabilità nella gestione dei conflitti interni. Grazie alle notevoli capacità che l’Africa ha sviluppato negli ultimi venti anni, attualmente gli africani costituiscono la percentuale più ampia del personale civile, militare e di polizia delle operazioni di pace delle Nazioni Unite.
Molte delle missioni completate in tutta l’Africa dal 1960 hanno prodotto risultati duraturi. Attualmente è sede di sei delle dodici missioni ONU, comprese le quattro più complesse (Mali, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan). Il continente ha assistito anche fino a 25 operazioni di mantenimento della pace dispiegate allo stesso tempo. Il fatto che ad oggi ne siano presenti sei significa che, sebbene queste missioni abbiano molte sfide, rimangono un importante strumento di pace e stabilità territoriale.

Circa la metà delle attuali operazioni di peacekeeping sono missioni di monitoraggio del cessate il fuoco, mentre le altre sono incentrate nella ricostruzione dello Stato in seguito a guerre civili. Le missioni attuali più complesse sono definite missioni di “stabilizzazione”, le quali affrontano le sfide più disparate, dalle transizioni politiche non democratiche, ai problemi legati ai terroristi e alle reti illecite. Ad ogni modo, continuano quotidianamente a salvare vite e a prevenire la diffusione della violenza.
I problemi affrontati dalle missioni in Africa rispecchiano in larga misura quelli delle operazioni di mantenimento della pace in tutto il mondo. Ci sono diverse difficoltà nel fronteggiare efficacemente i conflitti e le complesse emergenze, nonché la tremenda sfida della natura del compito, il quale richiede personale adeguato ed equipaggiamento apposito. Tuttavia, c’è spesso una grande discrepanza tra la quantità delle risorse di cui l’ONU ha bisogno e quella effettivamente fornita dai paesi. Non solo il continente comprende la metà dei paesi in cui operano i caschi blu, ma rappresenta anche circa l’80% del budget totale assegnato alle operazioni di peacekeeping.

Le società postbelliche mancano di istituzioni di governo, affrontano problemi di sicurezza e sfide di sviluppo. Spesso i conflitti rimangono in stallo fino alla fine della missione e poi si riaccendono, poiché a volte sono i cittadini stessi o determinate fazioni che si oppongono al mantenimento della pace oppure leader che hanno interesse a continuare il conflitto. Nell’ultimo decennio l’Africa ha assistito ad un proliferare di sanguinari signori della guerra, che minacciano la popolazione locale e si dedicano al commercio illegale sfruttando le risorse economiche dei paesi, come spesso avviene nella Repubblica Democratica del Congo. A causa dei grandi vantaggi che traggono dalle situazioni di disordine, questi non hanno alcun interesse ad essere parte integrante dei processi di pace. Non si è ancora giunti ad un accordo a livello regionale circa una strategia comune da adottare. La divergenza dei programmi politici della maggior parte degli Stati africani porta, come nel caso del Congo, a serie difficoltà nel trovare soluzioni sinergiche tra le potenze regionali atte a promuovere un processo efficace di risoluzione dei conflitti.

 

In passato le operazioni di peacekeeping sono state per la maggior parte tentativi di separare gli avversari in guerra e vigilare sul rispetto del cessate il fuoco, pertanto era essenziale il coinvolgimento di tutti gli attori. Negli ultimi anni non sempre è stato facile agire con il consenso delle parti coinvolte e questo ha portato ad alcuni conflitti concettuali riguardo le operazioni di peacekeeping. Inoltre, l’imposizione della pace mette inevitabilmente in discussione il ruolo delle potenze occidentali e i metodi di attuazione dei propri programmi. Per queste ragioni, spesso i paesi in via di sviluppo tendono a guardare con sospetto alle operazioni di peacekeeping e considerarle un mezzo dell’interventismo occidentale.

Il mantenimento della pace è sempre stato un processo molto dinamico e in evoluzione, in grado di accogliere costantemente nuove sfide. Spesso, le missioni nel continente africano sono state criticate per un’ampia gamma di problemi, tra cui la cattiva gestione, il mancato intervento di difesa ai civili in caso di minaccia, le violazioni dei diritti da parte delle forze di pace e i problemi finanziari.

Persiste un acceso dibattito su come rendere queste missioni più efficaci, ad esempio tenendo conto delle iniziative non ONU che operano in zone dell’Africa colpite da conflitti, come quelle sotto gli auspici dell’Unione africana, dell’Unione europea e di altri blocchi regionali. Spesso, però, bisogna anche riflettere sulla fattibilità del mandato. Quanto è realistico chiedere di proteggere i civili nella Repubblica Democratica del Congo, data la geografia, le difficoltà di muoversi su quel terreno e, soprattutto, in assenza di un rapporto produttivo con le autorità locali? Di certo, riuscire ad avere lo Stato ospitante dalla propria parte è fondamentale per realizzare un vero processo di pace e una strategia politica.

Gli esperti differiscono su come misurare il successo. In generale, si ritiene che le missioni abbiano avuto risultati contrastanti in Africa. Sebbene ci siano alcune missioni considerate di grande successo come quelle in Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone, si sono verificati anche fallimenti, come gli emblematici casi di Ruanda e Somalia.

Il caso del Congo
La presenza dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo inizia nel 1999 con una missione di osservazione MONUC, che aveva il compito di monitorare l’implementazione dell’accordo di Lusaka, che poneva fine alla seconda guerra del Congo. Dal 2010 la missione MONUC è diventata MONUSCO, istituita con la Risoluzione 1925 del Consiglio di sicurezza dell’ONU per svolgere un nuovo mandato: proteggere i civili e supportare il governo congolese nei suoi sforzi di consolidamento della pace e stabilizzazione del paese. La missione conta di circa 17.500 operativi, di cui oltre dodicimila truppe, provenienti soprattutto da Pakistan, India e Bangladesh, e quasi tremila civili. Inoltre, dopo aver assistito all’ennesima città del Congo caduta nelle mani dei ribelli con saccheggi e violenze contro la popolazione, nel 2014 le Nazioni Unite hanno autorizzato la creazione di una Intervention Brigade, una forza di intervento rapido che, al fine di neutralizzare i gruppi armati e ridurne la minaccia, può fare cose impensabili negli altri continenti, come prendere iniziativa in azioni di attacco o bombardare con aerei. Alla brigata risulta però difficile occuparsi di un terreno così vasto con luoghi difficilmente raggiungibili, per questo si coordina con l’esercito congolese che spesso ne suggerisce i bersagli. Sebbene il Consiglio di sicurezza continui a sostenere che le moderne missioni di mantenimento della pace operino esclusivamente a livello tattico, alcuni esperti concordano che i caschi blu si occupano anche del piano strategico, avvicinandosi sia alle missioni di antiterrorismo guidate dall’ONU che a quelle di applicazione della pace.

 

Attualmente in tutto il Paese è presente un più che evidente clima di sentimento anti-ONU. Il contingente internazionale è accusato di essere inefficace nella lotta ai numerosi gruppi armati locali e stranieri che destabilizzano il paese da decine di anni, nonostante la missione sia dispiegata da più di due decenni e costi più di 1 miliardo di dollari l’anno. In particolare, sono state numerosissime le manifestazioni violente che dallo scorso 25 luglio hanno inondato le forze di pace. Queste sono accusate di non essere in grado di proteggere la popolazione e, inoltre, di usare la forza letale per rappresaglia durante le recenti proteste nelle città orientali di Beni, Butembo e Goma, che hanno visto centinaia di manifestanti invadere, vandalizzare e dare fuoco a vari edifici della missione nella regione orientale di Nord Kivu. Si ricorda che proprio in questa regione, nel febbraio 2021, persero la vita l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, morti durante uno spostamento organizzato dalle Nazioni Unite in un’area che da anni è al centro di violenti scontri tra gruppi armati ed è ritenuta la più pericolosa del Congo.

I manifestanti richiedono il ritiro delle forze ONU, accusate di non essere in grado di proteggere la popolazione e contrastare i gruppi armati attivi nel Paese. Le violente proteste susseguitesi durante tutta l’estate hanno portato all’uccisione di dozzine di persone, tra civili, forze di pace e polizia congolese e centinaia di feriti. La situazione è peggiorata quando, il 31 luglio, alcuni soldati della missione di ritorno dall’Uganda hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili e uomini in uniforme nella città frontaliera di Kasindi, poiché veniva impedito al convoglio di attraversare la frontiera e rientrare nel Paese. Secondo le autorità locali, due civili sarebbero stati uccisi dai colpi dalle forze ONU e i feriti sarebbero stati una decina. Così ad agosto, in seguito all’aggravarsi delle relazioni tra le forze di pace e la popolazione, in particolare quella del Nord Kivu, il governo ha espulso dal Paese il portavoce della missione, Mathias Gillmann, accusandolo di dichiarazioni “indelicate e inappropriate” che hanno contribuito alle tensioni tra la popolazione e le forze di pace e ostacolano il clima di reciproca fiducia e serenità indispensabile tra le istituzioni congolesi e la MONUSCO.

La Missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo concluderà il suo mandato entro il 30 giugno 2024. La società civile chiede di potere avere voce in capitolo nell’attuazione del Piano di Transizione che porterà entro quella data al ritiro completo dei caschi blu. A tal fine è stata creata una commissione ad hoc per esporre le azioni che hanno avuto successo ed apportare suggerimenti, delineando gli scenari futuri al fine di prevenire eventuali problemi dopo la partenza delle forze. Intanto le proteste continuano.

Fonti

https://www.un.org/en/our-work/maintain-international-peace-and-security
https://www.cfr.org/backgrounder/role-peacekeeping-africa
https://www.accord.org.za/conflict-trends/contributing-to-africas-peacekeeping-capacity/
https://peacekeeping.un.org/en/what-is-peacekeeping
https://peacekeeping.un.org/en/mission/monusco
https://www.unimondo.org/Notizie/Rdc-futuro-incerto-per-la-missione-Onu-230785
https://www.africa-express.info/2022/08/01/massacro-di-civili-in-congo-k-i-caschi-blu-aprono-il-fuoco-a-un-posto-di-frontiera-con-luganda/
https://it.euronews.com/2022/07/26/proteste-nel-congo-contro-lonu-15-morti

(Carol SimonettiCentro studi AMIStaDeS)

 82 total views,  4 views today