Mali, fede e fango
28 Agosto 2022 – 22:46

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Sahel: Eldorado perduto?

a cura di in data 24 Luglio 2022 – 12:18Nessun commento

Credito foto di apertura: Michele Cattani / Afp

Africa, 24 Luglio 2022

Nonostante sia ricca da ingenti risorse minerarie come oro, petrolio e terre rare, il Sahel è il luogo simbolo delle crisi umanitarie dell’Africa: cambiamenti climatici, terrorismo, povertà e insicurezza alimentare sono all’ordine del giorno. Per tentare di ripristinare la sicurezza la comunità internazionale ha militarizzato la regione, ma l’interventismo dei soldati (in particolare quelli francesi) non ha sortito gli effetti sperati. E la Russia di Putin ambisce a colmare il vuoto lasciato dalle potenze occidentali. Qual è il legame tra Ucraina e Sahel?

di Alessio Bruni (Centro studi AMIStaDeS)

All’inizio del nuovo millennio, la fascia di territorio sub-sahariana che si estende da ovest ad est del continente africano era considerata il fiore all’occhiello dal punto di vista della crescita economica. L’area, che racchiude 15 paesi tra cui Senegal, Nigeria, Mali, Burkina Faso e Mauritania, è notoriamente riconosciuta per le sue numerose e prosperose risorse naturali che comprendono petrolio, terre rare, minerali e diamanti, tutte materie prime che sono al centro dell’agenda geopolitica delle superpotenze mondiali.
Tuttavia, nonostante interventi militari e finanziari di grande portata, la regione del Sahel si è gradualmente esposta ad organizzazione islamiche di stampo jihadista che hanno trovato terreno fertile per radicarsi e alimentare le loro battaglia. Oggigiorno, dunque, il Sahel è perlopiù conosciuto per l’inasprimento delle tensioni tra le comunità locali più numerose, una perduta stabilità geopolitica a livello regionale e una noncuranza verso il dilagare della criminalità a tal punto che il mantenimento della democrazia sembra un’utopia, considerati i quattro colpi di Stato nell’ultimo anno e mezzo.

Il 61° vertice straordinario della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) ad Accra, Ghana, ha probabilmente confermato che nessun attore è in grado di favorire la stabilizzazione regionale in maniera unilaterale. Negli ultimi anni, la Francia del Presidente Macron non è riuscita nel suo intento di mettere in sicurezza la zona attraverso la missione “Barkhane” in Mali, le cui 5000 unità sono in procinto di rientrare in patria; le forze speciali europee (Takuba) non hanno mai garantito il supporto sperato, tanto che anche Bruxelles ha recentemente sospeso l’EUTM (EU Training Mission) in Mali.
L’ultimo vertice dell’Ecowas potrebbe essere emblematico per quanto concerne un possibile abbandono delle transizioni democratiche saheliane in un periodo storico estremamente rilevante dato, da un lato, dalle elezioni imminenti in Senegal e Nigeria, dall’altro, dagli effetti collaterali a lunga distanza dettati dalla crisi ucraina. La sensazione è proprio quella che tale instabilità, oggi più che mai profonda, possa colpire anche il Golfo di Guinea, iniziando così un effetto domino preoccupante nel continente africano. L’Ecowas ha cercato di tamponare in questi anni l’instabilità promana del Sahel, caratterizzata da governi golpisti al potere in Mali, Burkina Faso e Guinea-Conakry; tuttavia, la revoca delle sanzioni economiche imposte al Mali dopo il golpe e l’allentamento delle tensioni con le giunte militari in Burkina Faso e Guinea-Conakry, sembrano rappresentare oggigiorno una sorta di abdicazione da parte dell’organizzazione internazionale istituita con il trattato di Lagos nel 1975.

Un pastore fulani.
(Luis Tato/FAO/AFP)

Gli intrecci con la crisi ucraina, le ambizioni moscovite e l’impasse della comunità internazionale
L’area dei “tre confini”, l’epicentro di questa crisi che comprende Niger, Burkina Faso e Mali, è ancor di più a forte rischio in quanto, nonostante non ci sia un collegamento ufficiale, i combattenti Wagner, mercenari legati a doppio filo col Cremlino, sono attivi in tutti i conflitti locali al fine di reperire risorse preziose utilizzate anche per finanziare l’invasione dell’Ucraina. Putin ha sempre negato ogni legame con Wagner; tuttavia, secondo esperti europei ed americani, le azioni di questa milizia fanno parte di una macro-strategia russa volta ad aumentare l’influenza di Mosca in tutta l’Africa. Nonostante certe illazioni, il legame pare evidente se si pensa alla presenza di Wagner a fianco dei separatisti filo-russi nel Donbass nel 2014, a difesa del porto di Taurus in Siria, feudo russo dove attracca la marina nazionale, e, più recentemente, nella Repubblica Centrafricana, uno dei pochi stati a non condannare l’invasione moscovita della vicina Ucraina.

In sostanza, l’ultimo vertice straordinario dell’Ecowas sembra aver spianato la strada verso una gestione locale delle tensioni e dei conflitti, caratterizzato da ingerenze esterne a stampo russo. La Francia di Macron, dopo quasi nove anni di interventismo contro le insurrezioni islamiste, sembra aver definitivamente mollato la presa, in quanto il crescente sentimento antifrancese in Mali ha preso ormai il sopravvento; Mosca si è offerta come l’alternativa più interessante per i paesi dell’Africa Occidentale e un tale scenario preoccupa la comunità internazionale. Nel medio-lungo periodo, la stabilizzazione del continente europeo potrebbe innescare una escalation dei conflitti e delle instabilità in Africa in quanto la nuova politica francese in Sahel sembrerebbe volta verso un interventismo a sostegno, e non più in sostituzione, delle forze armate locali. Certamente, Parigi ha già dimostrato che un’azione unilaterale in una regione martoriata da conflitti e rivalità storiche non è sufficiente.
Tuttavia, sia l’ONU che la NATO non sembrano particolarmente propense ad investire risorse per ristabilire e mantenere la pace: l’operazione MINUSMA, (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), cominciata nel 2013 dal Consiglio di Sicurezza per sostenere il processo politico di transizione in Mali, non ha portato grandi risultati, ha rischiato numerose volte di essere smantellata e, molto probabilmente, verrà presto rimpiazzata da una missione ad hoc dell’Unione Africana. L’ultimo summit madrileno della NATO, nel quale il ministro degli esteri spagnolo Albares ha assicurato un intervento militare in caso di deterioramento della sicurezza, si è rivelato un flop a livello internazionale in quanto l’espansione del terrorismo nel Sahel viene tradizionalmente attribuita all’intervento della NATO in Libia.

La guerra in Ucraina, seppur distante geograficamente, influenza fortemente le dinamiche saheliane. In un mercato altamente globalizzato, lo scontro nell’est Europa ha cristallizzato alcune rotte commerciali, implicando una scarsità di risorse per quanto concerne olio, grano, energia, fertilizzanti. Le ripercussioni in una regione devastata come quella del Sahel sono ancor più rilevanti, tanto che il problema della sicurezza alimentare sta mettendo a dura prova tutte le popolazioni e, di conseguenza, gli stakeholder locali. Secondo alcune stime delle Nazioni Unite, circa 34 milioni di persone non saranno in grado di soddisfare i loro bisogni alimentari nei prossimi mesi a causa della crescente inflazione e della scarsità di risorse.
In conclusione, oggigiorno il Sahel sembra essere diventato una bomba ad orologeria destinata ad esplodere. Difficilmente si potrà assistere ad una crisi militare simile a quella ucraina; tuttavia, il timore è proprio quello che una escalation dei numerosi conflitti locali possa scatenare una situazione di non ritorno in quella regione che fino a poco tempo fa era considerata l’Eldorado africano. Il futuro del Sahel è certamente a forte rischio in quanto le tradizionali fratture sono ampliate da nuovi rischi e vicissitudini. L’UE e la NATO sono chiamate ad una ancora più intensa collaborazione al fine di fronteggiare l’influenza e la pressione moscovita sulla regione, potenziale trampolino di lancio per l’assalto al potere mondiale.

Sitografia:

(Alessio BruniCentro studi AMIStaDeS)

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