Il nuovo colonialismo che sfrutta l’Africa è più complesso di quello antico
24 Giugno 2022 – 23:12

Africa, 24 Giugno 2022
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Una guerra nel cuore dell’Europa

a cura di in data 10 Aprile 2022 – 22:02Nessun commento

San Pietroburgo, veduta del Museo dell’Ermitage dal fiume Neva (2006) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 10 aprile 2022
di Giorgio Pagano

Quando in un luogo si ammassano troppe armi, le armi possono sparare da sole. Quello che fino a ieri sembrava l’impensabile e l’indicibile, il conflitto nucleare, è diventato “opzione possibile”. Evocata per primo dall’aggressore Putin ma non respinta da Biden. Se ne parla troppo poco, ma è una possibilità, purtroppo, in costante aumento. Prima che sia troppo tardi dobbiamo, allora, parlarne. E mobilitarci per evitare la catastrofe. Edgar Morin, filosofo e sociologo centenario, uno degli uomini più saggi oggi al mondo, ha scritto il 10 marzo scorso su “Repubblica”: “Troppo spesso abbiamo visto che le conseguenze degli interventi armati sono andate contro le intenzioni e le decisioni, tanto in Oriente quanto in Occidente”. Sia la Russia che il suo avversario -la Nato e gli Usa- hanno la bomba atomica, e il rischio che l’escalation della guerra deflagri in una guerra nucleare è davvero reale.
Ma, al di là di questa terrificante prospettiva, la continuazione della guerra, oltre a produrre massacri e devastazioni nella povera Ucraina, non potrà che far crescere la logica bellica dell’amico-nemico. La parola “pace” sembra una bestemmia. A proposito di uomini saggi, quello che lo è più di ogni altro -papa Francesco, è ignorato e oscurato dai media: il suo linguaggio contro “la pazzia” del riarmo e per un “modo diverso di governare il mondo” appare inaffidabile al pensiero oggi dominante. Così come appare obsoleta la nostra Costituzione, che “ripudia la guerra” come male assoluto e ritiene che l’unica guerra ammissibile sia quella difensiva rispetto alla nostra integrità territoriale.
Eppure i sondaggi non registrano una convergenza tra linea dell’establishment e opinione popolare. Più di un italiano su due è contrario all’aumento delle spese militari: il 54% dice no, mentre il 34% è favorevole e il 12% non si pronuncia, secondo SWG. Per Emg il 54% è contrario, il 23% è favorevole, la stessa percentuale preferisce non rispondere. Nel sondaggio Izi la percentuale dei contrari sale al 72.9%. Eppure la condanna della Russia è netta: 66,5%. Il punto è “come stare” dalla parte dell’Ucraina. Queste inchieste sono il segno di una frattura tra il mondo della politica, insieme a una parte consistente del mondo dell’informazione, sempre più drammaticamente ostaggio della guerra, e le persone comuni. Come se ci fosse una saggezza popolare che sa che le armi non sono mai la soluzione, e che è sempre la povera gente a pagare il prezzo più caro. Lo diceva Trilussa: “La guerra è un gran giro di quattrini che prepara le risorse per i ladri delle Borse”. Inoltre il popolo, quando gli si buttano lì certi paragoni, non ci crede perché capisce che la storia non è più quella delle guerre novecentesche e sa che dopo Hiroshima e Nagasaki la potenza nucleare ha mutato il significato stesso della parola guerra.
Guardiamoci dunque dall’assumere la logica amico-nemico come bussola del nostro pensiero e dal non capire che il pacifismo è una risorsa. Il pacifismo -da Gandhi a Mandela- ha cambiato la storia. Essere per la pace oggi non è un atto estremista, ma un sobrio levare lo sguardo all’altezza dei tempi. E’ semmai un atto estremista essere per la “guerra giusta”.

San Pietroburgo, il Museo dell’Ermitage (2006) (foto Giorgio Pagano)

Occorre dunque stare dalla parte dell’Ucraina con il nostro pensiero, il pensiero popolare pacifista. E’ possibile? Certamente. Significa battersi per il cessate il fuoco e per il negoziato. Ma gli Stati Uniti e i Paesi della Nato devono affiancare l’Ucraina nelle trattative, non lasciarla sola con il suo aggressore. E la sede appropriata del negoziato è l’ONU, sotto gli occhi dell’intera umanità. Dovrebbe uscirne non solo la fine dell’aggressione all’Ucraina, ma anche una riorganizzazione delle relazioni internazionali, un nuovo ordine mondiale che dia garanzie di sicurezza a entrambi i popoli, quello ucraino e quello russo, e vada oltre il vecchio atlantismo. Ricordiamoci dell’errore commesso non facendo nulla, dopo il 1989, per inserire la Russia in un contesto di post guerra fredda. Negammo ogni aiuto a Gorbaciov, che era l’esatto contrario di Putin. Il bilancio dell’ordine mondiale post 1989 è impietoso. Il 1989 era una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est ma fu vissuto come la sola vittoria degli Stati Uniti. Questo non giustifica nulla di quanto sta accadendo, ma ci aiuta a capirlo e a superarlo. A batterci contro la Russia di Putin ma con una visione politica che parli al popolo russo, con l’idea di una struttura comune della sicurezza europea, che garantisca tutti. E che riprenda il progressivo disarmo atomico iniziato da Gorbaciov e Reagan nel 1987 e interrotto da Trump nel 2019. Altre soluzioni non se ne vedono, se non l’escalation della guerra.
Si sta prefigurando un’Unione europea armata fino ai denti -tanto più con la tragedia del riarmo della Germania- e divisa da una perenne ostilità con la Russia, che è Europa. Dopo il crimine dell’invasione, questo rischio va evitato. Ma l’Unione europea non può sdraiarsi sugli Stati Uniti, che riducono l’Europa a terreno di conflitti. Quando questa follia finirà, dovrà cedere il posto a una riflessione su un nuovo rapporto tra Europa e Russia. Sarà una lunga marcia perché queste due aree del mondo riconoscano le proprie affinità e diano vita a un grande soggetto sovranazionale capace di porsi come mediatore tra Usa e Cina. La guerra di Putin sta gettando la Russia tra le braccia della Cina, e la logica bellicista negli Usa e in Europa vi contribuisce: ma il posto della Russia è con l’Europa. Nel 1989 sono stato alcune settimane in Russia, a colloquio con il nuovo gruppo dirigente attorno a Gorbaciov: il loro disegno era esattamente questo.
Un altro grande saggio, il filosofo e scienziato americano Noam Chomsky, ha dichiarato in un’intervista a Real News Network dell’8 aprile:
“Se al Cremlino ci fosse un uomo di stato abile e lungimirante, avrebbe cercato un compromesso con Francia e Germania, avrebbe provato ad aderire a qualche forma di casa comune europea come la immaginava Gorbaciov. Ma Putin e il suo entourage non hanno questa visione e capacità di leadership e hanno preso le armi, come fanno sempre le grandi potenze, inclusi gli Stati Uniti. Ed è una decisione criminale, che danneggia la Russia. Putin ha porto agli Stati Uniti sul piatto d’oro il più grande regalo immaginabile: potenze come Germania e Francia ora sono del tutto assoggettate agli Stati Uniti”.
In un bellissimo racconto di viaggio dedicato a Ljudmila, Nadežda e a tante altre donne ucraine e russe, badanti e contadine, pubblicato su “Robinson” del 26 marzo, Paolo Rumiz lo spiega come meglio non si potrebbe:
“Abbiamo collaborato con Putin ad allontanare la Russia dall’Europa. […] Io non vorrei essere un Putin sconfitto a quel modo, seduto sulla valigetta dell’atomica. Solo con i suoi pretoriani in un paese immenso e spopolato, che il formicaio cinese non vede l’ora di far suo. Se accadrà, ci accorgeremo troppo tardi che eravamo figli della stessa madre e che la Russia era Europa a tutti gli effetti. […] Se avessimo dei leader capaci di intendere questa fratellanza e se l’Unione stellata avesse un soprassalto identitario all’altezza dei padri fondatori, capiremmo che è proprio questa l’ultima occasione per incontrare -in attesa del dopo Putin- la parte migliore di uno smisurato paese che ha sofferto come pochi e oggi rischia di ricadere nel gelo stalinista, infliggendo sofferenza ai fratelli slavi e al mondo intero. Che l’Europa sia consapevole delle sue origini e si comporti come tale. Nel nome di Ljudmila, Nadezda e le altre”.

Post scriptum:
Ho scattato entrambe le foto di oggi a San Pietroburgo, nel 2006. Sono due vedute diverse dell’Ermitage, quella in alto dal fiume Neva. Il Palazzo d’Inverno, edificio principale dell’Ermitage, nato come residenza imperiale, fu progettato dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli. Lui e Domenico Trezzini, svizzero formatosi a Roma, progettarono i palazzi più belli di San Pietroburgo. Uno degli architetti della costruzione del Cremlino a Mosca fu un altro italiano, Aristotele Fioravanti. Già allora la Russia si sentiva intimamente europea.

lucidellacitta2011@gmail.com

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