Mali, fede e fango
28 Agosto 2022 – 22:46

Africa, 28 Agosto 2022
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La narrazione decolonizzata dell’Africa che manca all’Italia

a cura di in data 5 Maggio 2022 – 22:28Nessun commento

Una nuova newsletter racconterà l’Africa della crescita economica e delle tecnologie. Le migrazioni interne, la moda, la cultura, il cinema e la letteratura.
FOTO AP

Domani, 5 Maggio 2022,
di Luca Attanasio

Afriche – La newsletter di Domani
Nel nostro paese c’è un vuoto di conoscenza e interesse verso l’Africa. Le notizie attorno ai 54 paesi continentali, negli ultimi due anni, hanno raggiunto solo l’1,6 per cento nei telegiornali del prime time mentre la media mensile di presenza in prima pagina nei principali quotidiani, già risibile, è diminuita del 55 per cento rispetto al 2019. Nei programmi di informazione e di infotainment delle prime sette reti generaliste, c’è stato un solo riferimento all’Africa ogni 58 ore di programmazione. Alla scarsità endemica di notizie e approfondimenti, si aggiunge una bassa qualità dell’informazione attorno al mondo Africa, fatta di insistenza su alcuni aspetti (guerre, terrorismi, disastri, dittature), cliché e disinteresse strutturale verso interi settori come economia, cultura, sport, scuola, arte, ambiente: un mix che favorisce una conoscenza minima e una percezione perlopiù distorta, il brodo culturale ideale in cui far proliferare provincialismo, ignoranza e razzismo così come incomprensione e incapacità di cogliere opportunità di relazioni. C’è quindi un grande bisogno, da noi, di parlare di Africa e di mettere al centro del giornalismo italiano le tante afriche che qui latitano. Quel monolite fatto di conflitti, miseria, tirannie e slum che riempie il nostro immaginario, è solo una parte del racconto.

Il racconto italiano
Manca l’Africa della rapidissima crescita economica, delle democrazie emergenti, delle tecnologie, dell’innovazione, la sanità, le migrazioni interne infinitamente più consistenti di quelle verso l’Europa, la moda, la cultura, il cinema, la letteratura. Manca l’Africa in Italia. E ci sono più differenze tra Rabat e Windhoek che tra Lisbona e Tallin. Coordinata da chi scrive, Afriche, più che una newsletter, sarà un hub, un luogo di incontro di narratori di Africa. Raccoglierà contributi dai tanti mondi che vivono o si occupano del continente africano lì o nel nostro paese. Attraverso storie di diaspore, economia e lavoro, politica e geopolitica, imprenditoria, cooperazione, studio, cultura, arte, ambiente, costume, proverà a favorire una nuova narrazione decolonizzata dell’Africa e diffondere una maggiore comprensione di un continente impoverito ma ricco, espropriato, accaparrato ma in via di sviluppo.

Esce l’Europa, entra la Russia
Nello sliding doors in salsa africana, esce l’Europa ed entrano nuovi attori. L’Africa si sta progressivamente deuropizzando ma il fenomeno non fa rima con decolonizzazione. Piuttosto sottolinea un crescente sganciamento per mancanza di strategia, errori di valutazione o per approcci vetusti, ancora legati a dinamiche di stampo colonialista. L’area in cui il downsizing europeo è più evidente è il Sahel. La fascia che taglia in due l’Africa e va dritta dal Senegal all’Eritrea, vive in una instabilità endemica in gran parte dovuta alla penetrazione capillare di gruppi jihadisti. È qui che si è concentrata una significativa presenza europea che, sotto il vessillo della war on terror, ha progressivamente dispiegato forze militari in varie aree e accumulato fallimenti. Il caso forse più simbolico dell’uscita di scena europea è senza dubbio il Mali. Qui la giunta golpista al potere da un anno, sostenuta da una popolazione che imputa la situazione drammatica in cui versa proprio all’incapacità francese ed europea di contenere l’avanzata jihadista nonostante il miliardo di euro annuo speso e le decine di migliaia di uomini schierati dal 2013, ha messo in scena una sorta di seconda indipendenza. Dopo l’annuncio di Parigi di un ritiro delle forze, ha prima espulso l’ambasciatore francese e poi sollecitato i militari ancora presenti a febbraio, ad «andarsene senza ritardi». Nel frattempo gli scontri con il jihad in Burkina Faso sono in esponenziale aumento dal 2015 e i rapporti con la Francia e gli europei tesissimi: ai tricolori bruciati dalle folle si sostituiscono le bandiere della Russia planata a sostegno dei golpisti di Ouagadougou. Nell’area, insicurezza, instabilità, scarsi sostegno ed efficacia occidentali, hanno portato, nel giro di poco più di un anno, a cinque colpi distato riusciti (Burkina Faso, Ciad, Guinea, Mali e Sudan) e due falliti (Guinea Bissau e Niger). In questo mix di volatilità, anti occidentalismo e ricerca di appoggi da parte dei golpisti, si sono inseriti una serie di nuovi attori. Prima fra tutti la Russia. Proprio mentre circa 2.500 militari francesi uscivano dal Mali, facevano il loro ingresso i famigerati battaglioni russi Wagner. Il gruppo paramilitare, fondata nel 2014 in appoggio ai separatisti filorussi in Ucraina orientale, impazza ormai da tempo nella regione e gode della fiducia cieca dei governi golpisti di Mali, Burkina Faso e Ciad. Wagner, nel frattempo, sta conducendo operazioni militari in Centrafrica, Mozambico, Libia e altre zone. Lasciando il Sahel e le regioni a ridosso, si nota ugualmente uno spostamento dell’asse di influenza geopolitica dall’Europa verso altri soggetti. Fino al 2019, Francia, Italia e Spagna erano i primi tre partner commerciali di Marocco, Algeria e Tunisia mentre l’Ue assorbiva oltre il 50 per cento degli scambi nel Maghreb. Negli ultimi tempi, invece, come ha affermato ad Asia Times Riccardo Fabiani, dell’International Crisis Group «si respira un senso di ritiro dell’Europa».

Nuove influenze
Inevitabile, anche in questo caso, la tempestiva comparsa sulla scena di nuovi attori. In Libia la Turchia con le sue truppe è orma una potenza. Le sue imprese e i suoi prodotti sono ovunque in Algeria, Tunisia e Marocco, le sue armi interessano anche il conflitto in Casamance, la regione tribolata del Senegal. Allo stesso tempo, in tutto il Maghreb spopola il cosiddetto soft power turco che entra nelle case attraverso le serie tv e con gli scambi educativi. In nord Africa si consuma poi una lotta di influenza tra Turchia e Qatar da una parte ed Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita dall’altra. La penetrazione di altri attori in vari paesi africani, si è avvalsa anche della cosiddetta diplomazia dei vaccini con Russia a distribuire Sputnik e Cina dosi di Sinopharm. Il matrimonio con esecutivi dirigisti o militari è spianato dalla scarsa inclinazione dei new player verso la legittimità democratica. I loro metodi violenti, l’assenza di trasparenza, l’indifferenza verso elezioni, legalità e diritti, li rende partner ideali. Che qualcosa non stia andando più nel verso giusto (o favorevole all’Ue) deve essere ormai risultato chiaro anche a Bruxelles. Ed è forse nella direzione di un rilancio di presenza e collaborazione che la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha annunciato a febbraio il piano di investimenti pubblici e privati per l’Africa di 150 miliardi di euro entro il 2027. La novità più interessante, emersa più chiaramente nel Summit Ue-Ua svoltosi a Bruxelles gli scorsi 17 e 18 febbraio, è rappresentata dal tipo di approccio che l’Ue sembra aver voluto imboccare. Il white paper di partenariato strategico sottolinea la necessità di affrancarsi dal rapporto donatore-beneficiario. «Il tempo delle briciole dalla tavola», come ha dichiarato il presidente del Sudafrica Ramaphosa nella due giorni, deve finire. L’Europa, quindi, rischia di uscire dal continente africano per una serie di clamorosi errori e lasciare il posto a soggetti in gran parte senza scrupoli che aumentano dubbi e timori sul futuro politico. Ma anche perché sconta secoli di colonialismo, post colonialismo, rapporti sempre caratterizzati da una dinamica donor-recipient in cui c’è un buono e un buon selvaggio. L’Africa si è liberata dell’imperialismo europeo che ha sterminato masse di persone, soggiogandole e trattandole come sub umani per secoli, solo 50 anni fa. Sebbene ancora politicamente giovane e vessata da mille problemi, non ne può più di questo rapporto di sudditanza né di una retorica super datata che ne fa il continente della miseria e delle guerre. È l’unica zona del mondo in crescita demografica (entro il 2050 passerà da 1,2 a 2,4 miliardi), fenomeno che decreterà un boom economico secondo solo al sud-est Asiatico. L’anno scorso, nonostante il Covid, gli investimenti privati in Africa hanno raggiunto un livello record di 7,4 miliardi di dollari, un salto del 118 per cento dal 2020. L’età media di meno di 20 anni, poi, ne fa un continente dirompente che nel breve tempo guarderà all’Europa e, con tutta probabilità, proporrà di «aiutarci in casa nostra».

(Luca Attanasio)

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