L’unificazione africana tra miraggio e realtà
28 Maggio 2023 – 21:28

Africa, 28 maggio 2023
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Il volto nascosto della schiavitù

a cura di in data 23 Ottobre 2022 – 00:21Nessun commento

Haratin

Africa, 23 ottobre 2022

In Mauritania decine di migliaia di neri vivono in condizioni di totale asservimento. In Mauritania la schiavitù è formalmente vietata dal 1981, ma solo sulla carta. Ancora oggi gli Haratin – cittadini originari dell’Africa nera – sono sfruttati e maltrattati dai loro padroni arabi o berberi. È una piaga dalle radici profonde. La condizione di schiavo viene trasmessa per via ereditaria finché qualcuno non trovo il coraggio di spezzare le catene invisibili.

di Elena Dak – foto di Luca Catalano Gonzaga / Witness Image

Quando si parla di schiavitù si è portati a pensare ad una pagina chiusa della storia. In Africa occidentale la tratta cominciò nell’odierna Mauritania, dove nel 1445 i portoghesi costruirono un forte per commercializzare schiavi e oro con i Mauri. Gli schiavi erano usati dagli europei sia nei servizi domestici che nell’agricoltura (c’era necessità di forza lavoro, in quanto la popolazione del Vecchio Continente era stata decimata dalla peste nera). La scoperta dell’America spinse a intensificare il commercio di uomini.
Per quattro secoli le navi negriere approdarono nel Golfo di Guinea per riempire le stive di uomini, donne e bambini destinati al lavoro infernale nelle piantagioni americane. Gli storici stimano che i bastimenti degli schiavisti attraversarono l’oceano almeno cinquantamila volte.

Negrieri africani
Sulle coste occidentali dell’Africa c’erano mercanti locali che da lungo tempo si erano specializzati come fornitori di quella preziosa “merce”, in quanto la schiavitù intra-africana era praticata e florida.
Nel XIX secolo le tribù mauritane erano solite compiere regolari razzie tra gli stati Wolof e Bambara o acquisivano gli schiavi in cambio di merci pagate “in natura”. I reami del sud, ad esempio, nell’attuale Senegal, adoperavano e vendevano schiavi ai Mauri in cambio di cavalli e altre merci di valore (un cavallo valeva non meno di nove schiavi). I portoghesi furono abilissimi nel penetrare un mercato locale di merce umana già consolidato e cominciarono a vendere africani ad altri africani; per esempio, uomini e donne dal Benin e dal Delta del Niger furono usati per pagare l’oro nei Paesi della Costa d’Oro, Ghana in particolare. Il commercio di uomini dissanguò intere regioni delle loro forze vitali, i giovani.

 

Il peso della storia
I principali beneficiari della tratta furono portoghesi, ma anche spagnoli, inglesi, francesi e olandesi. La Gran Bretagna fu il primo Paese ad abolire, nel 1807, la schiavitù atlantica, ma poco cambiò di fatto per il commercio di schiavi nel continente africano. Razzie e compravendite erano all’ordine del giorno. E le difficili condizioni di vita in cui versavano le popolazioni portavano molte persone ad assoggettarsi, ad accettare di essere ridotte in schiavitù, al servizio di un padrone, non avendo mezzi di sostentamento.
In Africa occidentale, scrive lo storico Giuseppe Maimone, «si susseguirono spesso periodi di siccità che afflissero a tal punto le popolazioni agricole che furono costrette ad indebitarsi con chi disponeva di maggiori beni o a vendere i propri figli come schiavi». Intere generazioni di schiavi si stabilirono dunque nel corso dei secoli in quella che è l’odierna Mauritania, molti prelevati dalle regioni d’origine e molti altri nati da schiavi già presenti sul territorio mauritano. Il riverbero sinistro di questa storia non si è spento e si fa sentire ancor oggi.

Piaga endemica
In Mauritania la schiavitù è stata ufficialmente abolita nel 1981, ma solo sulla carta. In realtà la pratica continua a essere diffusa e costringe adulti e bambini a lavorare senza libertà, compenso, istruzione. Tutt’oggi gli schiavi vengono letteralmente “ereditati”, come beni che passano di generazione in generazione. Lo status di schiavo viene tramandato di madre in figlio: lo schiavo è proprietà del suo padrone, vive sotto il suo diretto controllo, può essere prestato, dato in dono, e non riceve paga per il suo lavoro.
Se nell’agosto 2015 la Mauritania ha fatto un passo avanti dal punto di vista legislativo considerando la schiavitù un crimine contro l’umanità e inasprendo le pene per i responsabili, che dovrebbero arrivare fino a vent’anni di reclusione, in realtà quasi nulla è cambiato e le resistenze politiche e nel quotidiano di molte famiglie sono fortissime. La schiavitù resta una piaga endemica. 
Non ci sono statistiche su quante persone siano schiavizzate in Mauritania. Ma, secondo l’ultimo Global Slavery Index, il rapporto della ong australiana Walk Free che misura le forme contemporanee di schiavismo, come lavoro e matrimoni forzati, si stima che siano circa in centomila nel Paese, su 4 milioni, a vivere in schiavitù.

 

Tanti ma invisibili
Quando si dice schiavitù in Mauritania, si parla di Haratin, termine che indica gli africani neri un tempo asserviti, in quanto considerati “infedeli” e “inferiori”, dai musulmani di origine araba o berbera.
La società mauritana è formata da diverse etnie disposte secondo una piramide a struttura gerarchica, alla cui base stanno gli Haratin. Berberi e arabi sono oramai considerati un’unica comunità, quella dei Bidan, cioè dei bianchi, che da sempre controlla le leve del potere economico e politico. Gli Haratin costituiscono la componente più numerosa della popolazione, ma anche la più sfruttata ed emarginata. A loro non è nemmeno riconosciuto il diritto di definirsi come comunità e così, nonostante la loro rilevanza demografica, risultano essere una minoranza in un Paese che è composto da un mosaico di minoranze.
Giuseppe Maimone ha dedicato la propria tesi di dottorato, nel 2013, all’esplorazione dell’universo della schiavitù mauritana, riportando dati molto interessanti. Secondo i risultati ufficiosi del censimento del 1988, gli Haratin rappresentano il 40% della popolazione, mentre la parte restante è all’incirca equamente divisa (25-30%) tra arabo-berberi e comunità nero-mauritane (peul, toucouleur, soninké, wolof, bambara) originarie della valle del fiume Senegal. Egli sottolinea come la metodologia usata per il censimento abbia previsto la distribuzione di un questionario nel quale mancava la possibilità di registrarsi come Haratin, ma solo come Arabi, Wolof, Haalpulaar, Soninké. Gli Haratin sono stati costretti a negare la loro stessa identità, al fine – scrive Maimone – di «frenarne ogni aspirazione autonoma».

 

Anche in città…
Oggi gli Haratin – donne e uomini come quelli immortalati nel servizio fotografico che pubblichiamo in queste pagine – non vivono più incatenati, come in passato, ma subiscono meccanismi di sopraffazione molto più sottili che impongono uno stato di dipendenza, subordinazione, diseguaglianza e discriminazione senza scampo. Spogliati di diritti fondamentali, gli Haratin vivono relegati ai margini della società, senza diritto di parola. In pratica sono strumenti di lavoro nelle mani dei loro padroni.
Allevano il bestiame o fanno i contadini nelle terre dei loro padroni, mentre le donne sono principalmente impegnate nel lavoro domestico e sono spesso sessualmente abusate e violentate perché restino incinte e possa così nascere un altro schiavo. I bambini eseguono i compiti più semplici ma anche più ricorrenti, come andare a prendere l’acqua e pascolare il bestiame. E, a differenza di quanto si dice, la schiavitù non è affatto diffusa solo in situazioni rurali e arretrate, ma tra innumerevoli famiglie della capitale Nouakchott.

La lotta degli attivisti
L’odierna Mauritania è un coacervo di contraddizioni. Da due anni il Paese fa parte del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, eppure continua ad accettare la schiavitù. Da un lato il presidente Mohamed Ould Ghazouani sembra sostenere gli sforzi “apparenti”, formali, del governo di Nouakchott contro ogni forma di asservimento, dall’altro tollera lo sfruttamento degli Haratin e fa arrestare gli attivisti dei movimenti che lottano per il pieno riconoscimento dei loro diritti civili. Biram Dah Abeid, figlio di schiavi, fondatore del Movimento Ira – Iniziativa per la Rinascita Abolizionista -, è stato incarcerato più volte per le sue battaglie. «Ha fatto della nonviolenza il suo verbo e ha vinto premi internazionali per la sua lotta pacifica», precisa Maria Tatsos autrice della biografia pubblicata in Italia Mai più schiavi (Paoline, 2018, pp. 205, € 16,00). I suoi appelli alle comunità internazionale per «gettare un fascio di luce su questa vergognosa realtà nota a tutti ma da tutti ignorata» sono rimasti finora inascoltati. Lui e la moglie ospitano in casa molti bimbi sottratti alla schiavitù e si battono insieme perché gli Haratin diventino consapevoli della loro condizione, fornendo aiuti legali per portare avanti questa battaglia di libertà e di civiltà.

Questo reportage fa parte di un progetto fotografico, Invisible people, promosso Witness Image e sostenuto dalla Fondazione Nando ed Elsa Peretti

(Elena Dak)

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